La psicoanalisi tra Freud e Svevo

LA PSICOANALISI

La psicoanalisi nacque grazie agli studi avviati da Jean Martin Charcot sull’isteria e continuati da Sigmund Freud. 

Alla fine dell’800, vi fu uno sviluppo delle metodologie psichiatriche che, in precedenza, erano basate su prassi mediche ad oggi considerate poco ortodosse, come i bagni nel ghiaccio, la lobotomia e l’uso continuo di psicofarmaci e sedativi. In questo contesto di cambiamento, Freud si fece notare come uno studioso d’avanguardia e propose di curare i malati psichiatrici attraverso l’uso della parola. Memore dell’esperienza con Jean Charcot, medico specializzato nel metodo ipnotico, che utilizzava per curare i suoi pazienti affetti da isteria, andando ad operare non sul corpo, che manifestava soltanto una sintomatologia fisica, ma sulla mente, vera custode del conflitto psicologico, Freud ebbe un’illuminazione fondamentale: egli comprese l’importanza e la forza della psiche e, in particolare, dell’inconscio. Per questo, decise di sviluppare un metodo psicoanalitico volto ad una terapia che, mettendo il paziente a proprio agio, gli permettesse di entrare in contatto con la sua dimensione più intima. La tecnica delle associazioni libere permetteva allo psicoanalista, che durante la seduta era comodamente adagiato su di un sofà e si posizionava dietro il paziente per non metterlo in soggezione, di acquisire informazioni importanti per la comprensione della vita psichica del malato. 

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Lo psicoanalista si accorse che i suoi pazienti, i quali si recavano presso il suo studio circa tre volte a settimana, erano soliti anche raccontargli i loro sogni: ciò permise a Freud di delineare un approccio simbolico, anche grazie alla comparazione delle esperienze oniriche sottoposte dai suoi pazienti.  Nel 1899 scrisse L’interpretazione dei sogni.

Nel frattempo, collaborò con lo psichiatra svedese Breuer, specializzato nella cura dell’isteria sempre attraverso l’ipnosi, proprio come Charcot. Proprio presso Breuer, Freud conobbe la nota Anna O: questa paziente si era infatuata del suo analista e, per questo, Breuer decise di trasferirla in cura presso Freud. Grazie all’innamoramento di Anna O., egli scoprì un meccanismo fondamentale nella psicoanalisi, il transfert: un meccanismo mentale per il quale un individuo tende a traslare schemi mentali relativi a sentimenti ed emozioni da una relazione significante precedente, dunque già trascorsa, ad una persona coinvolta in una relazione interpersonale presente. Il transfert si rivelerà fondamentale per la terapia psicoanalitica freudiana poiché, in questo modo, il paziente, acquisita la giusta fiducia nel proprio terapeuta, sarà in grado di avviare il processo di guarigione, grazie ad un’interpretazione graduale dei suoi disturbi da parte dell’analista in questione. 

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Freud iniziò a ottenere numerosi successi: si dedicava moltissimi ai suoi studi e tra sedute psicoanalitiche, università, ricerche e interpretazioni, la sua vita era divenuta molto caotica, al punto che arrivò a diventare dipendente dalla cocaina. Egli fumava moltissimo a causa dello stress e si nutriva in modo inadeguato, oltre ad avere problemi di respirazione a causa delle narici d’argento che aveva dovuto introdurre nel naso, deturpato dall’assunzione della droga. Ciò nonostante morì  di tumore all’età di 82 anni.

LA TEORIA DI FREUD

La teoria psicoanalitica di Freud è detta empirica in quanto nacque dalla pratica. Freud ha, infatti, elaborato i suoi studi in base alle informazioni raccolte durante le sedute. Verso la fine della sua carriera egli cercò di spiegare in modo più scientifico la sua teoria, ma essa rimase comunque molto teorica e i suoi studi scientifici restarono soltanto abbozzati nel Progetto di una futura psicologia, bruciato, insieme ad alcune sue opere, per ordine di Hitler nella piazza di Berlino. Ancora oggi non ci sono prove scientifiche che dimostri con efficacia la valenza della terapia psicoanalitica freudiana.

Gli studi di Freud si concentrarono sulle pulsioni, sulle strutture e le istanze psichiche, sui meccanismi di difesa dell’Io, sullo sviluppo psicosessuale e sulla tipologia adulta e il dinamismo intrapsichico. Tra questi argomenti, è importante sottolineare la sua teoria delle strutture e istanze psichiche.

Secondo Freud l’uomo possiede tre strutture psichiche e tre istanze psichiche: le prime sono elementi che formano la psiche umana, mentre le seconde ne rappresentano l’aspetto prevalentemente dinamico. 

Le strutture psichiche sono: Inconscio, Preconscio e Conscio. 

  • L’Inconscio è la parte più profonda e vera della nostra personalità, ma anche la più irrazionale, inaccessibile e misteriosa che non comunica con noi, ma si manifesta durante le sedute di terapia, grazie alla tecnica delle associazioni libere, con gli atti mancati, nei sogni simbolici e attraverso i sintomi.
  • Il Preconscio è una struttura intermedia tra l’inconscio e il conscio. Esso è una sorta di “anticamera della coscienza”, dove sostano per anni degli elementi che, fino a quando nella vita reale avvengono le condizioni appropriate e favorevoli per renderli consci, restano latenti. 
  • Il Conscio, ovvero la nostra coscienza, quella struttura che contiene tutti gli elementi di cui siamo consapevoli, ossia i pensieri, i desideri, i ricordi, i sentimenti e le aspettative.

Le istanze psichiche sono: Es, Io e Superio.

  • Es (id): è la sede degli istinti primari e delle pulsioni, non conosce la distinzione fra bene e male, fra ciò che è morale e ciò che è immorale ed è animata dall’Eros e dal Thanatos. Le pulsioni dell’Eros non sono solo di natura sessuale, ma anche di autoconservazione, mentre quelle del Thanatos, pulsioni di morte, sono rivolte verso l’esterno e il soggetto stesso.
  • Io (ego)rappresenta l’elemento più importante del nostro equilibrio psicologico. Esso deve fare da mediatore tra l’Es, centro delle pulsioni e il Superio, la cosiddetta coscienza morale.
  • Superio: è la nostra coscienza morale, che dipende dall’educazione famigliare e dalle esperienze infantili. Il Superio è una sorta di “Grillo parlante”, una vocina interiore che regola le nostre azioni comportamentali grazie ai valori.  All’interno del Superio si sviluppa un’altra istanza detta Ideale dell’Io, che riguarda l’insieme delle nostre aspirazioni ideali, di solito sviluppate grazie a dei modelli di riferimento.

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ITALO SVEVO E LA PSICOANALISI

Dopo questa breve e chiaramente riduttiva introduzione alla psicoanalisi, è giunto il momento di riflettere sull’influenza della teoria freudiana in Italia, in particolare, come si evince dal titolo del mio articolo, presso la città di Trieste, focalizzandosi su un letterato molto importante, seppur poco stimato dai suoi contemporanei: Italo Svevo. 

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L’incontro culturale di Svevo con la psicoanalisi fu significativo: egli non conobbe Freud di persona, ma lesse molte sue opere, come testimoniò lui stesso nel Soggiorno londinese, dove dichiarò di essersi approcciato alla teoria psicoanalitica intorno al 1910. Egli tradusse Il sogno e lesse La psicopatologia della vita quotidiana Il motto di spirito.  

Si deve ricordare che, visto il particolare periodo storico, la psicoanalisi in Italia si era diffusa parzialmente, ma a Trieste, capitale mitteleuropea, aveva attecchito molto di più, anche grazie alla diffusione effettuata dallo psicoanalista Edoardo Weiss, che aveva frequentato Freud presso i salotti di Vienna.

Tornando a Svevo, il suo rapporto con la psicoanalisi  fu piuttosto complicato: egli non credeva che fosse efficace questo metodo di indagine psichica, probabilmente per l’inefficacia della cura subìta dal cognato Bruno Veneziani, tuttavia  aveva approfondito la psicologia e gli studi di quel periodo, come le ricerche di Charcot. La sua frequentazione con Steckel, fondatore della Prima società psicoanalitica a Vienna, risalente al 1907, forse identificabile con il Dottor S. della Coscienza – e non, come molti erroneamente pensano, con il Dottor Sigmund Freud – portò Svevo a ritenere la psicoanalisi uno straordinario strumento di ricerca e autoesplorazione di sé, ma non una terapia per curare dei malati, come si evince anche dalla conclusione della Coscienza di Zeno.  

LA COSCIENZA DI ZENO

L’influenza della teoria freudiana si ritrova nel trittico Una vitaSenilità e, ovviamente, nella Coscienza di Zeno. In quest’ultima opera, la rilevanza della psicoanalisi è lampante: Zeno Cosini, inetto e nevrotico, decide di interrompere la cura presso il dottor S., uno psicoanalista deontologicamente non corretto che, nel momento in cui il suo paziente decide di sospendere la sua cura, pubblica il suo taccuino degli appunti.

Il titolo della Coscienza, che già nelle prime pagine si apre con una chiara denuncia al metodo psicoanalitico, ha una doppia lettura: la coscienza, da una parte può essere identificata con la consapevolezza, da parte di un qualsiasi individuo, dei propri comportamenti e delle proprie motivazioni, dall’altra come una “cattiva coscienza”, caratterizzata, nello specifico, proprio dalle auto-giustificazioni che Zeno, protagonista contraddittorio e scisso, si dà durante il corso di tutto il romanzo.

Il tempo misto con il quale è scritta l’opera, ricca di simboli, come la sigaretta, il padre – altro tema approfondito moltissimo da Freud, anche parlando del Complesso di Edipo o della Prima scena genitoriale – sembra proprio tentare di riprodurre il movimento di una coscienza, anche grazie ai suoi flussi, caratterizzati da alcuni momenti di epifania, seppur nevrotica. Il romanzo, di otto capitoli, dopo la prefazione del dottore, si apre con un preambolo di Zeno-paziente, che afferma di non fidarsi del suo terapeuta: appare chiaro come, riprendendo il discorso da me effettuato in precedenza, non si sia creato tra il Dottor S. e Zeno il così fondamentale transfert psicologico, ma un controtransfert, un meccanismo che è caratterizzato dall’odio e dalla disistima del paziente verso lo psicoanalista. Addirittura, Zeno ammette di essersi comportato come un paziente assolutamente “ribelle”, in quanto ha deciso di sabotare lui stesso le sedute di psicoanalisi, raccontando esperienze oniriche di cui non era stato protagonista, ma tanto meno comparsa. Zeno, personaggio malato, scarica la sua nevrosi attraverso il fumo, simbolo del suo rapporto complicato con il padre, uomo dal cipiglio aggressivo in gioventù, ma mite da anziano. 

Il fumo, l’ultima sigaretta che non è mai l’ultima, ma che diventa semplicemente il simbolo di un disagio esistenziale, la morte del padre che pare voluta, ma che forse, in realtà è non voluta, delineano Zeno come il prototipo di un paziente che ha bisogno di essere psicoanalizzato, che ha la forte necessità di guarire dal suo “male di vivere”. 

Nonostante gli stia stato diagnosticato un complesso di Edipo bloccato alla fase adolescenziale dello sviluppo, Zeno decide di curarsi da sé, cercando di dimenticare i suoi problemi, un po’ come fa lo struzzo che, per paura, nasconde la testa sotto la sabbia, e di salvarsi attraverso la formazione di un’associazione commerciale.  Egli, grazie ad alcuni buoni investimenti,  si convince di essere guarito e di non avere più bisogno della terapia la quale gli sottrae del tempo utile.

In conclusione, Zeno rivaluta il concetto di malattia sostenendo che tutti gli uomini sono malati, la differenza sta nel prenderne consapevolezza. Secondo il suo parere, per poter guarire è necessario che un uomo salga sul punto più alto del mondo e sganci una bomba che distrugga tutto, così da permettere agli uomini di ripartire da zero.

La malattia, allora, altro non è se non un espediente per conoscere se stessi, una condizione privilegiata che permette al “malato”, che in realtà è soltanto un uomo, di conoscersi, penetrando nell’intima realtà del mondo, filtrata dalla sua coscienza.  L’essere considerato malato, in realtà, è predisposto all’introspezione e può, in virtù della sua condizione, conoscere i meandri più cupi del suo animo.

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Magister Giotto, quando il digitale è un ostacolo e non una risorsa

Per il 750° anniversario della nascita di Giotto, celeberrimo artista fiorentino che, da quando siamo bambini, associamo al famoso disegno del cerchio, la Scuola Grande della Misericordia, a Venezia, ha ospitato la mostra Magister Giotto (dal 13 luglio al 23 novembre 2017).

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Le aspettative, da parte mia, erano davvero alte, ma sono rimasta profondamente delusa. La mostra, che, sulla carta, avrebbe dovuto essere immersiva ed offrire all’utente una esperienza unica e irripetibile, sembrava un labirinto di muri su cui erano proiettate, per circa quarantacinque minuti, immagini ad alta definizione condite da transizioni “ad effetto” e “panoramiche”. Gli ambienti, scenografici – così recita il sito internet dedicato alla mostra –  erano semplicemente delle stanze pressoché vuote, che si illuminavano, o spegnavano, durante il percorso. Il tutto condito dalla voce dell’attore Luca Zingaretti, accompagnata dalle musiche di Paolo Fresu, che tra un pictòr e una prudéns, mi ha fatta assopire, ma anche un poco preoccupare. 

Non voglio soffermarmi sul contenuto di ogni stanza, ma cercherò di essere concisa. Nella prima stanza, con qualche proiezione della figura di Boccaccio, Dante e Vasari, è stata introdotta, brevemente, la fama del pittore, colui che, come è risaputo, compare nella quinta novella della sesta giornata del Decameron e nell’XI canto del Purgatorio.

«Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura.»

Dulcis in fundo la testimonianza di Vasari, l’unica che ha portato un accenno di particolarità (ma neanche troppo) a fonti arcinote. 

Seguono le stanze dedicate alle opere del magister, che mi hanno fatta sentire, più che una comparsa (protagonista neanche a parlarne), una semplice spettatrice di una presentazione Power Point di qualità, ma pur sempre una presentazione. Ho rimpianto la trasmissione Ulisse che, senza richiedere un biglietto del costo di sedici euro (ridotto per studenti, perché un semplice visitatore ne pagherebbe ben diciotto!), non solo riesce a conquistare lo sguardo del telespettatore, ma anche ad incantarlo e ad allontanare la temibile fase REM. 

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La mostra beckettiana, perché a tratti, a mio avviso, è risultata proprio no-sense, è terminata in un modo totalmente inaspettato, anche per me, che ormai ero completamente disincantata e prevenuta. L’ultima stanza della mostra era dedicata alla famosa Cometa di Halley, proprio la cometa che vide il nostro magister Giotto, e che, molto prima, forse videro anche i Re Magi. Ebbene, comete, luci, illuminazioni spettacolari, tutto avrebbe potuto dare un’idea di incanto, leggenda, ma anche mistero, fuorché ciò che è stato predisposto dalla mostra: una stanza, con un enorme schermo con proiettata una storia in merito alla Cometa e all’invio, il 2 luglio del 1985, della sonda Giotto. 

Io, spettatrice incredula, mi sono seduta in questa stanza buia e passivamente, davanti allo schermo, ho concluso questa esperienza per nulla immersiva, ma neppure distensiva. 

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Rappresentazione visiva di un’esperienza immersiva quasi paragonabile a quella che si ha mentre si guarda Uomini e Donne alle 14.45 di un lunedì pomeriggio qualunque.

Magister Giotto, quando la tecnologia, anziché farci partecipare, ci esclude.

 

 

 

 

Rosa e Carolina Agazzi

La pedagogia contemporanea italiana ha dato un grande contributo all’educazione dell’infanzia, in particolare proprio grazie alle teorie educative delle sorelle Agazzi e della dott.ssa e filosofa Maria Montessori. Le sorelle Rosa e Carolina Agazzi, insieme a Maria Montessori, hanno realizzato una rivoluzione pedagogica e sono riuscite a superare l’aridità ed il verbalismo del giardino froebeliano di fine Ottocento.

Rosa e Carolina Agazzi erano originarie di Cremona, due sorelle umili, provenienti da una famiglia modesta e caratterizzate da due personalità molto diverse. Entrambe studiarono all’Istituto magistrale e, dopo aver conseguito il diploma, si dedicarono all’insegnamento presso la scuola materna. La loro prima esperienza fu scioccante: l’ambiente in cui si trovava la scuola materna, una vecchia stalla malconcia, non era assolutamente adatto ai bambini che, purtroppo, erano costretti a frequentare un ambiente squallido e sporco, sicuramente molto diverso rispetto alle nostre scuole materne che profumano di mamme e borotalco! Le sorelle, interessate al rinnovamento pedagogico, decisero di frequentare un corso di maestre giardiniere, per poi essere inserite nei giardini froebeliani. Nei Kindergarten esse sostituirono i materiali froebeliani con gli esercizi di vita pratica, esaltando così la spontaneità e la vivacità dell’infanzia. Nel 1989, le due sorelle esposero il loro metodo presso il Congresso pedagogico nazionale di Torino e, nel 1906, Carolina Agazzi pubblicò l’opera Consigli alle mamme: in essa descrisse la sua esperienza presso la scuola materna di Mompiano e suggerì alle mamme di seguire il modello educativo del moderno partenariato. Nel 1910 le sorelle Agazzi furono invitate a Trieste per insegnare il “nuovo metodo italiano”, esso era caratterizzato dalla cura per l’igiene, dalla preparazione del personale e si fondava sull’importanza del gioco all’aperto e della cura verso il giardino. Si profilava, proprio in quel periodo, una nuova scuola che, come vediamo, è molto simile alle scuole materne attuali. Infine, quando le sorelle Agazzi andarono in pensione, si dedicarono alla diffusione della scuola materna in tutta Italia, essa fu anche elogiata dallo stesso Lombardo Radice.

Caratteristiche della scuola materna

Il nuovo asilo d’infanzia fu definito dalle sorelle “scuola materna” perché voleva ispirarsi ad un ambiente familiare modello, ordinato e pulito. La scuola materna è una scuola perché permette di apprendere, ma rifiuta lo scolasticismo: si agisce, si parla, si prepara la tavola, si canta e si vive come in famiglia. L’aggettivo “materna” sottolinea l’atteggiamento affettuoso della maestra, ma soprattutto l’indirizzo naturale adottato. Nella scuola materna prevalgono gli esercizi di vita pratica e le attività di carattere estetico.  Il materiale didattico è vario: basandosi sull’abitudine del bambino di raccogliere nelle sue tasche oggetti insignificanti come i sassolini, le sorelle edificano il “museo delle cianfrusaglie”. Un’attività tipica della scuola materna è il giardinaggio, in quanto è importante occupare i bambini in un lavoro utile e all’aria aperta, dar loro la soddisfazione di vedere nascere il frutto del loro lavoro, istruirli sul ciclo delle stagioni ed educarli al senso della proprietà e della responsabilità.

Il metodo Agazzi è educativo nei confronti di tutti gli aspetti della personalità:

  • Educazione del sentimento caratterizzata da poesie e racconti;
  • educazione morale curata grazie all’apprendimento delle abitudini di ordine e pulizia e con racconti e scenette educative;
  • educazione religiosa realizzata attraverso la conversazione sulle ricorrenze religiose dell’anno, per mezzo di brevi preghiere;
  • educazione fisica curata con la pratica delle norme igieniche e con esercizi ritmici, con il gioco aperto, con la ripetizione mimica di gesti connessi con determinati lavori.

Il metodo delle Agazzi nasce dalla pratica, non si basa su una teoria filosofica e nemmeno sulla conoscenza psicologica scientifica, ma è nutrito di buon senso e quotidianità.

Come direbbe Don Bosco: “L’educazione è cosa del cuore“.

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Burano: tra sfumature e merletti

Burano è un’isola della laguna veneta, conosciuta per le sue casupole dai colori sgargianti e per le abili merlettaie che vi risiedono.
Il merletto comparve a Burano intorno al Cinquecento, quando il lavoro di merlettaia si svolgeva nelle case signorili. Nel Seicento, con lo sviluppo crescente  di questa attività, e la fama data alle merlettaie grazie al “punto a rosette” e al “punto controtagliato”, esse giunsero addirittura fino in Francia.

Con la caduta della Serenissima, l‘attività legata al merletto venne meno a poco a poco, per avere una ripresa nell’Ottocento, grazie alla creazione, per il volere della contessa Adriana Marcello, della Scuola Merletti (1872).
Dal 1981, al posto della Scuola Merletti, a Burano troviamo il Museo del Merletto, dove è possibile vedere coi propri occhi le piccole opere d’arte e, se si è fortunati, incontrare alcune merlettaie.

Foto di Giulia Zanetti, studentessa di Filologia e letteratura italiana a Ca’ Foscari.

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A Vision of Fiammetta

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L’artista inglese Dante Gabriel Rossetti, che raffigura Fiammetta, il senhal dell’amata di Boccaccio. 
Il senhal è un nome fittizio funzionale a proteggere l’identità dell’amata cantata dai poeti provenzali, che si utilizza anche per identificare le donne cantate dai poeti italiani.
Boccaccio ha scritto una raccolta di Rime, dove abbiamo il sonetto Sovra li fior vermigli e’ capei d’oro (1350 circa), a cui Rossetti si ispirò per dipingere questo quadro. L’artista tradusse il sonetto in questione e, approfondendo altre opere dedicate a Fiammetta, come L’elegia di Madonna Fiammetta, riuscì a catturare l’anima di questa donna misteriosa ne A Vision of Fiammetta.

«Sovra li fior vermigli e’ capei d’oro
Veder mi parve un foco alla Fiammetta,
E quel mutarsi in una nugoletta
Lucida più che mai argento od oro:
E qual candida perla in anel d’oro
Tal si sedeva in quella un’angioletta,
Volando al cielo splendida e soletta,
D’orïental zaffir vestita e d’oro.
Io m’allegrai alte cose sperando,
Dov’io dovea conoscere che a Dio
In breve era madonna per salire,
Come poi fu: ond’io qui lagrimando
Rimaso sono in doglia et in desìo
Di morte, per potere a lei salire.»

 

 

Capaneo il bestemmiatore (e non solo)

Capaneo è un personaggio della mitologia classica, ricordato per aver partecipato all’assedio di Tebe ed essere stato fulminato da Zeus a causa della sua superbia: egli sfida gli dèi e vorrebbe che il potere venisse concesso a Polinice, fratello di Eteocle.

Nel Roman de Thèbes, volgarizzamento della Tebaide di Stazio, Capaneo sale sulla breccia, tira fuori la spada, va all’attacco col suo carro e lancia pietre enormi con cui spezza i muri e grida “Monjoie!” Egli lancia una sfida verbale agli dèi: bestemmia e si autoproclama ateo.
Gli dèi, che sono riuniti, non sanno cosa fare, sono un gruppo di paurosi che vorrebbe mettere fine alla guerra perché non ne sopportano lo sviluppo. Giove ricorda agli dèi che il destino esiste e ad esso nessuno può sottrarsi.

Capaneo compare anche nel XIV canto dell’Inferno dantesco, nel settimo cerchio, dove si trovano i violenti. Egli si trova nel terzo girone, ed è punito come bestemmiatore.

Allego foto di un’anfora proveniente dalla Campania e datata circa 340 a.C..

 

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Stairway to Reality

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The Truman Show (1998) è un film diretto da Peter Weir che vi consiglio.
In un mondo fittizio, di cui Truman è il protagonista, senza tuttavia saperlo, si svolge una vita di cartone e luci da set cinematografico, tanto vera, da confonderlo.
Un’intera città popolata da un cast di attori mette in scena uno Show che dura da trent’anni.
In un’epoca come la nostra, dove il concetto di “reality show” ha talmente attecchito sotto la nostra pelle, da sembrare scontato, dovremmo chiederci quale sia il confine tra il Reale e l’Irreale.

 

Amarsi come Abelardo ed Eloisa

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Splendido quadro di Edmund Blair Leighton intitolato Abelardo ed Eloisa.

 

Pietro Abelardo si forma nelle scuole monastiche; ascolta alcune lezioni di Anselmo ed intraprende la carriera di insegnante.
Scrive Lettere di Abelardo ed Eloisa, testo medioevale che racconta l’amore di una coppia di amanti.
Abelardo è un giovane maestro parigino, viene incaricato da parte di una famiglia di nobili dell’educazione di Eloisa, figlia di Fulberto, canonico di Notre Dame. 
Nel 1116, presso la scuola di Sainte Généviève, si accorge della fanciulla che, nonostante sia giovane, è molto colta: conosce sicuramente il latino, e forse il greco e l’ebraico.
I due si innamorano:

«Col pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all’amore, lo studio delle lettere ci offriva quegli angoli segreti che la passione predilige. Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad argomenti d’amore che di studio, erano più numerosi i baci che le frasi; la mano correva più spesso al seno che ai libri… […]»

La fanciulla rimane incinta, partorisce Astrolabio (carpitore di stelle), e i suoi parenti richiedono il matrimonio, che dovrà essere celebrato in segreto: Eloisa inizialmente è preoccupata, tuttavia il matrimonio viene celebrato, ma a causa del terrore di uno scandalo, Eloisa si ritira presso il monastero di Argenteuil.

La famiglia punirà Abelardo tramite la castrazione ed Eloisa rimarrà rinchiusa in convento. Mentre Abelardo continuerà la sua carriera, rifugiandosi all’Abbazia di Saint-Denis, Eloisa continuerà a sospirare pensando al suo amato.

Ricorditi di me che son la Pia

Pia de’ Tolomei è un personaggio presente nel V Canto del Purgatorio. 
Ci troviamo nell’Antipurgatorio, dove risiedono i pentiti in punto di morte. Tra questi, abbiamo Iacopo del Cassero, Buon Conte da Montefeltro e Pia. Ella fu la moglie di Nello de’ Pannocchieschi, probabilmente colpevole di infedeltà oppure, secondo altri commentatori, uccisa dal marito. Forse liberandosi di Pia, Nello aveva potuto sposare Margherita, la sua seconda moglie.Segue uno splendido quadro del pre-raffaelita Dante Gabriel Rossetti, che raffigura “Pia de’ Tolomei” (1868–1880).
Il canto si chiude in modo solenne, con le parole di Pia:

«Ricorditi di me, che son la Pia; 
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma.»

Ella fu la moglie di Nello de’ Pannocchieschi, probabilmente colpevole di infedeltà oppure, secondo altri commentatori, uccisa dal marito. Forse liberandosi di Pia, Nello aveva potuto sposare Margherita, la sua seconda moglie.Segue uno splendido quadro del pre-raffaelita Dante Gabriel Rossetti, che raffigura “Pia de’ Tolomei” (1868–1880).

 

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