Lettere d’amore

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La discussione era tesa come una corda di violino e le sinapsi nervose stavano flettendo la mia mente generando una sfera circolare, che attirava il mio sguardo e attraeva allo stesso tempo il mio corpo al suo interno.

Vedevo la mia sagoma appoggiata al termosifone della mia camera, mentre era intenta a rispondere ai rimbrotti della mia ragazza dall’altra parte del telefono.
Perciò capii di non essere più in me stesso e di essere entrato proprio in quella sfera circolare che si era palesata nella mia mente. Subito sprofondai, liquefatto  come una goccia su una tastiera di un pianoforte.
Una musica spasmodica fuoriusciva da quell’oggetto ogni volta che mi materializzavo in una goccia nuova e andavo a sfracellarmi su di un tasto diverso.

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Nel frattempo, nel mondo reale, la discussione si faceva sempre più animata.
Così la focosità del dialogo mi fece rimbalzare nel mondo reale.
Lei, la mia ragazza, si stava lamentando da una buona mezz’oretta. E tutto ciò lo faceva per me. Infatti diceva che non riconoscevo  le mie capacità emotive e sbagliavo a non  mettere per iscritto un magma continuo di pensieri e sentimenti. Perciò rintuzzava la dose, questa volta affermando: “ Non sfrutti a pieno la tua creatività”.

Quella frase rallentò la percezione della mia coscienza e solo quando vidi sbattere delle mani su se stesse capii di essere tornato dall’altra parte.
Le mani lentamente si stavano allontanando le une dalle altre e continuavano ad essere unite da sottili fili del colore olivastro del mio corpo. La destra verso l’alto e la sinistra verso il basso si muovevano in modo circolare creando un bozzolo di fili. Ciò che vedevo ora era una danzatrice in miniatura che prendeva vita dalla tessitura, che non aveva nulla da invidiare a un aracnide.

Tutto finì quando mia madre bussò alla porta per portarmi un tè caldo. E nel frattempo mi chiedevo quanto tempo era passato dal momento in cui mi  sedetti qui per scrivere. La risposta non c’era.

 

© Giovanni Toffolon

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