Rinvenuta dal porto sepolto

Il 20 settembre 2016 mi sono laureata in Lettere con curriculum storico e oggi, dopo quasi un mese, trovo il tempo e la concentrazione per raccogliere le impressioni su un momento così importante, vissuto intensamente, ma allo stesso tempo percepito così breve.

Ho sempre voluto, durante questi anni, scrivere un resoconto della mia esperienza universitaria, un po’ perché mi piace catalogare i fatti e descrivere ciò che mi accade, un po’ per via di tutte le avventure che mi sono capitate in questi tre anni.

Essendo per mia natura prolissa, voglio cominciare a raccontare questa storia dall’inizio. Mi sono diplomata nel 2013 e quando ho dichiarato alla commissione del mio Esame di maturità la mia scelta universitaria nessuno ha battuto ciglio. Non ho ricevuto né consigli, né commenti piccati, proprio niente. Ma non ho ritenuto la cosa particolarmente strana, e ho terminato la mia esperienza liceale con soddisfazione e serenità.

Dopo una scelta inoculata, posso dirlo col famoso “senno del poi”, mi sono iscritta, ad agosto, a Scienze della Comunicazione, corso di laurea attivo all’Università degli Studi di Trieste. Mi ricordo ancora quando, accompagnata da mia madre, mi sono recata presso la sede di Via Tigor, una zona residenziale, e ho guardato un po’ preoccupata l’edificio fatiscente che mi si presentava dinanzi in tutta la sua monumentale “vecchiezza”.

La mia estate era trascorsa serenamente: ogni tanto, incuriosita, sbirciavo il piano di studi del corso di laurea che avevo scelto e, ammaliata dagli insegnamenti proposti e dai loro nomi accattivanti (Sociologia della Comunicazione, Teorie e tecniche della conoscenza, Semiologia del cinema, etc.), ero entusiasta all’idea di incominciare. Peccato che la solfa fu molto diversa.

Il primo corso che seguii, Sociologia della comunicazione, prometteva tanto bene sulla carta, ma in realtà era molto diverso rispetto a quello che mi aspettavo. Il programma constava di un misero libricino di duecento pagine sulla Sociologia e degli appunti delle lezioni: un 30 e lode indolore e soprattutto, assolutamente, sciolto e di tutto riposo. L’impegno richiesto per sostenere gli esami, non solo non era esattamente quello che mi aspettavo dopo cinque anni di Liceo, ma non si avvicinava neppure lontanamente alla mia idea di “studio”. Dopo un terzetto, infelice e insoddisfacente, di 30 immeritati, ho deciso di chiudere la mia carriera universitaria e sfuggire da un corso che, mi dispiace per il povero Umberto Eco, è  tuttora una “cagata pazzesca”. Perdonatemi per questo francesismo e apprezzate il mio personalissimo elogio a Fantozzi.

Da febbraio a settembre del 2014 ho vissuto nel limbo: da un lato non potevo rimanere con le mani in mano e perdere tempo, dall’altro non sapevo davvero che fare. Volevo scrivere, studiare, trascorrere il mio tempo imparando, e non sollazzandomi guardando la televisione e conquistando voti alti senza alcuna fatica. Così mi sono iscritta all’Università degli Studi di Udine, ma come corsista singola, studentessa ibrida che, in realtà, non è iscritta a nessun corso, ma ha la possibilità di sostenere un certo numero di esami entro un termine specifico (il mio termine era settembre, mese entro cui avrei dovuto sostenere quattro esami).

Il mio primo esame universitario è stato Geografia, un test a crocette che ritenevo molto semplice. Valutazione? 23/30. Ricevuto l’esito, mi sono chiesta “Non è che, forse, hai fatto il passo più lungo della gamba?“, ma poi ho preferito l’opzione quasi televisiva del “Rifiuto l’offerta e vado avanti“, e mi è andata bene. A seguire Storia medioevale, Istituzioni di filosofia e Letteratura italiana I. Giunto settembre, con la sua pioggerellina, mi sono finalmente iscritta con abbreviazione di carriera al secondo anno, l’epopea di Gilgamesh era finita, in teoria.

Invece no. Scelto un indirizzo sbagliato – sì perché, ovviamente, scegliere un corso di laurea implica anche decidere quale indirizzo seguire, non soltanto quale corso! – ho preferito, dopo qualche mese, cambiare il mio percorso e iscrivermi al curriculum storico. Ma restava ancora un problema piuttosto serio, quello degli esami per l’ipotetica abilitazione in vista dell’ipotetica scelta di voler entrare nel mondo dell’insegnamento. Da lì, una catena di montaggio di esami, alcuni amati, altri odiati, altri ancora neanche sentiti. I caffè alle macchinette, il computer sempre in borsa, pronto per essere sfoderato e usato come arma bianca, le unghie, più o meno lunghe, intente a graffiare la tastiera e a ticchettare in modo ossessivo. Le giornate uggiose, in treno, aspettando di ritornare a casa o di arrivare a palazzo Antonini. Le amicizie iniziate, alcune mai incominciate e altre già finite. L’Amore trovato, osteggiato, desiderato e conquistato. Insomma, la giovinezza che pian piano scolora e diventa maturità.

DSC01786.JPGParafrasando e citando indirettamente Shakespeare, Ripeness is allE, infatti, questi anni, acerbi come limoni, sono maturati. Potrò, da ora in poi, volgere il mio sguardo indietro e immergermi nel passato, come faceva Albus Silente grazie al suo Pensatoio, per rivivere la paura prima dell’esame di Letteratura italiana I quando, bianca come un cencio, mi sono presentata davanti al mio futuro relatore, ignara del mio destino; oppure per stizzirmi, ripensando a quando, durante l’esame di Storia moderna II, il docente, guardando con sguardo torvo la mia felpa (nera con dei piccolissimi teschietti bianchi), ha esclamato “Che maglia orribile!“.

Quest’esperienza, così complicata e allo stesso tempo così semplice, è finita. E, nonostante mi tremino le vene e i polsi al solo pensiero, ho iniziato un nuovo viaggio, stavolta più breve, ma forse più intenso. 

ortensie-blu-e-rosa.jpgSpero che, durante il percorso che mi accingo ad intraprendere, cambierò me stessa e rimarrò quella di sempre cambiando, senza smettere di raccogliere quei fiori dai colori incantevoli e dal profumo odoroso che, da alcuni anni, coltivo nel mio giardino.

una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’ era pinta tutta la sua via.

            (Purgatorio XXVIII, 40 – 41)  

 © Charlotte Gandi

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