Questa maturità non s’ha da fare. Ricordi di una lontana estate del 2013.

Oggi, mentre studiavo, ho ripensato alla mia “Maturità”, a quell’esame che, ormai tre anni fa, mi ha permesso di ottenere il diploma e di iniziare la mia carriera universitaria. O forse, semplicemente, a quella tappa che ha segnato la fine di un percorso iniziato da adolescente e concluso da matura (anche se, francamente, ho qualche dubbio sulla mia età mentale e sono certa soltanto della mia età cronologica, ad onore di Binet e Simon).

Sfogliamo insieme le pagine di questo diario virtuale…

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19 giugno 2013, Prima prova di maturità

Oggi è il grande giorno: dopo una settimana di ripasso a perdifiato finalmente l’esame. Non sapevo proprio cosa mi aspettava quando, alle otto del mattino, mi sono presentata davanti alla sede del mio Liceo. Ero nervosa, emozionata, mentre la mia testa era tutta ingarbugliata da nozioni e date di nascita e morte dei più famosi poeti italiani. Entrata a scuola, ho scelto di sedermi in primo banco, vicina ad un ottimo compagno di viaggio: un ventilatore che durante tutta la prova mi è stato accanto, alleviando il caldo e l’ansia che mi attanagliavano. Alle otto e trenta è iniziato tutto; viste le prove ho avuto la tipica reazione della studentessa diciannovenne in preda ad una crisi mistica: mi ripetevo infastidita «non mi piace niente!». Eppure, la mia traccia da seguire l’ho trovata: dopo aver scartato l’analisi del testo di Magris, nonostante non fosse difficile, mi sono trovata di fronte ad un bivio. Viste le mie conoscenze, ero incerta se scegliere il saggio che riguardava gli omicidi politici oppure quello sull’individuo e la società di massa: ho però deciso di optare per quest’ultimo perché avrei potuto inserire più conoscenze personali. Le sei ore della prima prova  sono state un calvario: scrivere sapendo di dover dare il massimo, di poter compromettere con quella prova l’intero andamento dell’esame, mi ha veramente stremata. Ciò nonostante, ho potuto lasciare il mio banchetto un’ora prima del termine ultimo, con un foglio protocollo spiegazzato e sudato, ma in cui c’era tutta me stessa.

foglio

Durante il pomeriggio, con le mie amiche di sempre, ho ripassato pedagogia per la seconda prova che mi attendeva: da Giulia, dopo una scorpacciata di magnum alla fragola, ho avuto la forza di ripetere qualche nozione chiave relativa alle teorie di alcuni grandi pedagogisti. La pedagogia, materia caratterizzante del mio indirizzo, l’ormai inesistente Liceo Sociopsicopedagogico, mi ha sempre appassionata tantissimo e non ero per niente agitata per la prova che mi attendeva. O, perlomeno, questo credevo… Invece, nella notte che anticipava la mia perfomance di scrittura, non sono riuscita a chiudere occhio. Mi sentivo i nervi a fior di pelle: «e se escono tracce improponibili su autori non trattati?». Continuavo a rigirarmi tra le coperte con gli occhi da triglia per il sonno: ero arrabbiata, nervosa e satura di tutto.

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20 giugno 2013, Seconda prova di maturità

Di nuovo: solito banco, solito ventilatore, solito intasamento del mio cervello, inceppato dalle mille conoscenze. Seduta come un ragazzaccio, appoggiata al muro, l’attesa. Leopardi, nella poesia Il sabato del villaggio, diceva che il piacere fosse frutto dell’attesa: grandissima ca**ta. Nonostante giacessi sulla sedia come un parente di Tutankhamon, dentro mi contorcevo come un’acrobata (ed ho sempre odiato la ginnastica, quindi questo paragone mi costa parecchio). Il tram tram ormai lo conoscevo: si aspetta seduti e in “silenzio”, se così si può definire, fino a quando la professoressa arriva con le prove che ci distribuisce, poi una serie di sguardi, sorrisi e rantoli di dolore. Bene: vedo le quattro tracce a disposizione e, essendo seduta sempre allo stesso posto, sono la prima a cui è concesso tale immenso privilegio; ebbene mi contorco ulteriormente. Su quattro tracce, una è in stile filosofeggiante e nonostante ami profondamento tutto ciò che “filosofeggia”, decido che azzardare e scivolare all’esame di maturità non è il caso. Perciò ripiego su due tracce su cui mi sento sicura: la valutazione e il ruolo del maestro. In particolare, ho apprezzato la scelta di una traccia sul ruolo del maestro da parte del Ministero, poiché sarebbe opportuno ridare il giusto valore ai docenti: sono loro a scoprire il nostro potenziale e a trasmetterci le conoscenze di base per vivere in una società moderna e non in una tribù. Mi dilungo su quanto sia profondo il potere dell’insegnante, talmente tanto che mi sembra di paragonarlo ad un super eroe,  per poi calmarmi e tornare con i piedi per terra: non è il caso di andare fuori tema all’esame, che dite?

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Arrivata a casa, pranzo e mi sento tutta potente: l’adrenalina a mille, tutta emozionata per l’esame, per le prove che effettivamente pensavo fossero brillanti. Poi, il crollo. Penso che forse sarebbe opportuno riposarmi, visto che non ho chiuso occhio, ma alla fine opto per un pomeriggio di divertimento. Nonostante i progetti siano quelli, mi addormento come una vecchia babbiona sul letto alle quattro del pomeriggio e ronfo, a bocca spalancata, fino alle sette. Dopo aver trascorso un pomeriggio da soprano, mi sveglio con un atroce mal di testa e lo stomaco sotto sopra: le mie idee geniali danno sempre i loro frutti.

Da qui in poi: il marasma. Il panico, l’ansia e l’irritabilità estrema, mi conducono in un circolo vizioso: dormo, studio, mangio, mi arrabbio, studio, piango, rido, dormo. Le mie letture extra-scolastiche non aiutano: mi vedo costretta a consultare siti online per studenti disperati che attendono la terza prova, per passare il tempo e soprattutto cercare di rasserenarmi. Il risultato è chiaramente negativo! Invece che tranquillizzarmi e prepararmi con calma, mi trovo a perdere tempo leggendo baggianate su internet, perdendo di vista il mio obiettivo. Ciò nonostante, grazie alle mie manie di perfezionismo, mi ricompongo e decido di impegnare tutta me stessa: devo arrivare a quel tanto agognato 90 e superarlo possibilmente.

pigiamapartyEbbene, passo i miei pomeriggi (perché di mattina mi riserbo il lusso di dormire fino a mezzogiorno) distesa sul letto, in camicia da notte, unta e bisunta a ripetere a gran voce pagine e pagine tratte direttamente dal libro di biologia. Questa materia, in cui sono sempre andata bene peraltro, mi ha sempre richiesto uno sforzo immane di memorizzazione: cosa che detesto.  Ebbene, in tre pomeriggi riesco a ripassare le quattro materie che ipoteticamente saranno in terza prova e la sera prima decido, sentendomi una grande alternativa e ribelle, di concedermi una passeggiatina, non curante di quelle preziose ore, utili per un ulteriore ripasso.

24 giugno 2013, Terza prova di maturità

Non chiudo occhio di nuovo: nella notte mi rigiro nel letto come se fossi stata punta da una tarantola e mi dimeno all’impazzata. Dopo aver trascorso una nottata di fuoco mi alzo con gli occhi da “crazy frog”: i miei occhioni di solito segnati di nero, al momento sembrano quelli di un lupo mannaro, tanto sono iniettati di sangue. Ma sono pronta, alla fine basta riuscire a stare in piedi, no? Davanti alla scuola, trepidante, vengo a sapere che per una soffiata una classe sa già le domande della terza prova e “rosico” in modo tanto evidente, da mordermi un’unghia fino a farla sanguinare dal nervoso. Entro a scuola sveglia e irritata (sentimento che è proprio del mio essere) ma, stranamente, quando leggo le domande della prova, non collasso: le so! Abbiamo quattro ore e, all’inizio, decido di rispondere con cura ad ogni domanda: con la precisione di un monaco amanuense, scrivo ogni cosa a matita, la cancello e la ricopio in bella copia.  Dopo aver seguito questo procedimento per rispondere alla prima domanda, mi rompo, prevedibilmente, le scatole e inizio a scrivere tutto in fretta e furia, pensando «basta! basta! voglio uscire da qua!». Il mio foglio ha alcune cancellature, non è immacolato e soprattutto mi rappresenta: non sono una tutta precisina che si fa mille pensieri su ogni cosa, sono impetuosa e rispondo d’istinto (avvalendomi delle mie conoscenze).

img_20160304_114942257e2Nonostante le ore a mia disposizione non siano terminate, consegno alle 11.34: questo numero ancora aleggia nei miei ricordi perché, prima di consegnare, ho dovuto scrivere l’ora e firmare. Un palpito, un batticuore, un sorriso: le prove scritte sono finite! Una liberazione immensa, un battito d’ala che si innalza fino all’infinito: mi sento come se fossi una farfalla leggera… per ben dieci minuti. Tornata alla realtà, mi rendo conto che ho ancora un orale da fare, ma che sono comunque a un passo dalla libertà.

lettera-l-corsivo-maiuscoloLa lettera estratta? Non è la mia, per fortuna. Ho la possibilità di prepararmi fino al 29 giugno e mi sento super-mega-iper-fortunata. Non dico di aver pregato di non essere il primo giorno, perché prima di tutto non prego e, soprattutto, anche se fossi capitata proprio in quella data, non avrei certo potuto tirarmi indietro; ma svolgere il mio orale nel giorno che speravo è già un ottimo stimolo per impegnarmi al massimo.

Alla sera vengo a sapere che i risultati delle prove sono stati affissi alle porte della scuola: nonostante mi stessi dirigendo a scuola a gran velocità, la mia adorata compagna di banco anticipa la rapidità dei mezzi di trasporto grazie a quelli di comunicazione. Con un SMS mi informa del mio punteggio complessivo di 43/45. Un battito, strabuzzo gli occhi, rileggo il messaggio, i pixel sembrano sgranarsi… no, non è possibile! Sono felicissima. Sorrido e mi addormento serena: l’orale è solo un lontano ricordo.

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 © Charlotte Gandi

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