Scrivo questo articolo per condividere un’esperienza speciale: no, non è la “solita” storia d’amore con finale amarognolo (agrodolce, bittersweet, pan di zenzero, all’uvetta e chi ne ha più ne metta!), non è neanche una storia,  in realtà.

Quando mi sono iscritta al Liceo, ho subito realizzato di non essere al mio posto. Ergo, conclusione molto semplice, ero fuori posto. Questo, fondamentalmente (e anche praticamente, velocemente, audacemente, fortemente e speditamente), perché io mi sento sempre fuori posto. Gli avverbi in mente non andrebbero utilizzati in questo modo (così malamente), ma mi concedo questa licenza “internetica” per far comprendere al mondo (mondo, ah! diciamo al minimo bacino di utenza che potrebbe avere accesso a questo mio delirio) come sono (chi sono ancora non lo so, del “come” ho qualche sospetto, presunto, non comprovato).

In quegli anni infelici, in cui le mie uniche preoccupazioni, in ordine di importanza, erano: cerchiarmi gli occhi come un Panda assassino e svaligiare i negozi che vendessero a) vestiti neri; b) cinture borchiate; c) guantini tristissimi con fantasie improbabili o da clochard; ho sempre cercato il mio posto, una sorta di centro di gravità permanente, un’isoletta felice in cui rifugiarmi, una nuvoletta rosa (no, non nera) su cui sedermi e osservare il mondo che tanto odiavo (e che, aggiungerei, non mi accettava. Io volevo accettarlo, ma con l’accetta, non con il potere della comprensione e della bontà).

Ovviamente, prima o poi, era destino che io trovassi il granello di sabbia perfetto su cui appoggiarmi per qualche secondo, in modo tale da costruire una dimora abitabile (precaria, ma confortevole). Nonostante io progettassi di creare un castello fiabesco dalle torri disegnate dall’architetto del maniero di Rapunzel, ho dovuto ridimensionarmi: il mio granello non poteva ospitare tali progetti architettonici, per questo ho dovuto ripiegare su una stanzetta, ma solo mia. E per farlo, visto che non disponevo né di Puffo Inventore, né di chissà quali doti grafiche, ho avuto bisogno di un’Amica tuttofare.

Non vorrei dilungarmi nell’elogiare questa fanciulla algida, altera e insitamente perfida che, da allora, circa otto anni fa, mi accompagna nelle mie avventure: quando cambio la carta da parati, lei c’è, mentre incornicio un nuovo ricordo, lei sbuffa per non farsi fotografare, se provo soltanto ad inondarla di coccole, mi rifila una botta in testa. Insomma, cos’è dopo tutto l’Amicizia?

Per questo, in onore della nostra indissolubile unione, voglio ricordarla così, con una cornice di tutto rispetto appesa sul muro (che anche se si sgretola, c’è sempre, in teoria, almeno spero) della mia cameretta.

Mille volte ci sarebbero stati i motivi per farla finita: a cominciare dall’inizio, quando rifiutavi il mio sincerissimo affetto; ricordo che ci hai messo circa un anno e mezzo per scrivermi (per SMS) un misero “Ti voglio bene”, mentre io mi ero prodigata per diventare la tua Amicotte a suon di tavolette di cioccolato, fiori a San Valentino ( va bene, una volta sola, ma vale!) e altre smancerie. Proseguo ricordando una lotta intestina perché avevi osato rinominare il mio nome in rubrica come “Charlotte”, senza apporre vicino al suddetto un simbolo importantissimo: un cuoricino prova di vera e unica amicizia. Per non parlare dell’irriconoscenza da sempre dimostrata da parte tua nell’attribuirmi il primo posto, il cosiddetto Podio, termine da me utilizzato come prestito di lusso per descrivere una condizione necessaria (e ragion sufficiente) per l’esistenza della nostra fantasmagorica unione amicale. 

Concludo ricordandoti di me, che son la Pia, ah no, un attimo, scherzavo. Concludo rammentandoti di quando hai miseramente e mefiticamente tentato di lasciarmi, col risultato che ho pianto a letto per tre notti e per tre giorni, chiedendo pietà, ma tu, dall’alto della tua malvagità, mi tenevi sulle spine perché “non volevi più stare con me”.

Sono passati tanti anni, ho ancora l’intonaco da sistemare, la stanzetta è sempre più polverosa e, anche se al momento è piena zeppa di fazzoletti umidicci, sono felice che ci sia ancora tu ad asciugarmi il moccolo verde che mi penzola dal naso.

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