Il mio rapporto con la musica è sempre stato strano ed è sempre andato di pari passo con l’amore, le mie emozioni e il colore dei miei capelli.

Come tutte le bambine, ho conosciuto la musica cantando le sigle dei cartoni animati, degli anime si direbbe oggi, d’altra parte fa più mainstream. Adoravo cantare e pensavo anche di esserne capace: mi cimentavo nelle sigle più audaci, come quella dei Cavalieri dello Zodiaco e addirittura di Lupin. E, mentre fantasticavo sui capelli di Sirio il Dragone, oppure sognavo di diventare la groupie ufficiale dei Bee Hive e di fidanzarmi con Satomi, caricavo sul mio mp3 bianco della Sony un sacco di sigle improbabili.

Crescendo, oltre alle sigle, ho arricchito il mio repertorio con la musica del momento: nel 2005, quando ero alle scuole medie, esistevano due schieramenti: la musica emo e quella tektonic. Io rientravo nella categoria degli 3m0 (aka “emo”, scritto appositamente secondo questa grafia alla Netlog) perché, oltre ai capelli lunghi, al ciuffo, alla riga di eyeliner spessa quanto quella delle strisce pedonali (che porto ancora), ne apprezzavo la musica. Nonostante questa musica possa essere considerata, dagli intenditori, ma anche dalle persone cosiddette normali, un vero e proprio ciarpame, a me piaceva. Faccio outing: ascolto ancora i Something Corporate e non lo nascondo.

Con il primo amore giovanile, adolescenziale direi, se devo essere precisa, si sono aggiunte alla mia playlist del cuore alcune canzoni terribilmente anni Ottanta, insieme a gruppi glam e heavy metal. Nel frattempo, da sola, ho iniziato a coltivare uno strano interesse per la musica metal, non pesante, non ascoltavo di certo i Cannibal Corpse, ma principalmente per quella gotica e sinfonica. Tra le mie canzoni preferite, risalente all’estate del 2008, quando la cantavo con la mia migliore amica, c’è sicuramente She is my Sin dei Nightwish.

A sin for him
Desire within, Desire within
A burning veil
For the bride too dear for him
A sin for him
Desire within, Desire within
Fall in love with your deep dark sin

Sono passati gli anni del Liceo, volati, stracciati, appallottolati. Le note musicali hanno seguito i cambi repentini di colore dei miei capelli (che di solito si accompagnavano anche al cambio del “fidanzato” di turno), in ordine: biondo, arancione, rosso lampione, nero, nero blu, nero viola, nero, nero, nero, e ancora nero. E, insieme, i vestiti e gli accessori (inutili): la borsa leopardata grande come quella di Mary Poppins, che mi faceva sentire sempre pronta per scappare e non mi ricordava che mi trovassi, in realtà, tra i banchi di scuola; gli orecchini pendenti che mi inclinavano la testa a causa del loro peso e tintinnavano durante le lezioni, mentre con le unghie affilate scrivevo su fogli rosa e azzurri (ma riuscivo anche ad aprire le scatolette e le lattine). Le chincaglierie, le collane color arcobaleno, i chocker, le Vans con i cuoricini, le ciliegie, i quadretti, la kefiah e chi ne ha più ne metta. 

Adesso, col senno del poi (il mitico), mi dico da sola: mi sono ricoperta di str**zate per sentirmi meglio con me stessa, ma a volte le str**zate, insieme alla musica, a quelle grida massacranti che ti tartassano il cervello, servono a qualcosa. E, ogni tanto, le urla strazianti riescono a nascondere, anche se per pochi secondi, i sentimenti, primo tra tutti il dolore, quello che ti spappola il cuore in mille pezzi e ti fa pensare di non farcela più. Quella sofferenza che soltanto la rabbia, profonda, intima, può farti dimenticare.

Quanti stili, quante scelte, quanti improvvisi cambi di rotta, soltanto per sentirmi accettata da qualcosa o da qualcuno. E il colore di capelli, per piacere di più, e i chili di troppo (sempre presenti) sottoposti a sapienti (o incoscienti) diete per sembrare più magra, ergo più bella, ergo più accettabile e socialmente desiderabile. E la musica, in tutto questo, mi accompagnava lasciando una scia dietro di me, un insieme di canzoni che, nel bene o nel male, sono come dei post-it sulle pagine del libro che stiamo leggendo.

Alla ricerca spasmodica di un’identità, non una qualsiasi, la mia, mi sono imbattuta nell’ennesima relazione, questa volta “sicura” e “confortevole”. Come dicevo: amore, musica e capelli. In terza superiore, nel 2010, il ciuffo, che ormai non andava più di moda, è stato accorciato e si è trasformato in una frangetta, i capelli, da rosso lampione, sono diventati neri, perché “Stai meglio così, ti preferisco mora“. Anche la musica, conseguentemente, è cambiata: ho sempre mantenuto le mie inclinazioni, ma ho aggiunto un ulteriore tassello, che probabilmente da sola non avrei mai incluso. La musica RAP. Non amo il RAP, non per natura, ma l’ho ascoltato per cinque anni (NDR) e lo ascolto, a volte. Cerco, anche in questa musica, di cui non apprezzo le tematiche (perché non le sento “mie”), la rabbia: gli insulti, la cattiveria, le bestemmie (velate o meno), gli sputi verso il cielo, mi attirano, sono uno sfogo, quello che nella vita non mi concedo e permetto. La violenza di quelle parole graffianti, che a volte mi sembrano denotare ignoranza piuttosto che  genio, la ritrovo in certi pezzi growl del metal, e allora la apprezzo. Ciò che fa male, si ama, quasi sempre.

Mi guardo allo specchio e realizzo che non vedrò il giorno in cui mi vedrò vecchio
per questo non perdo mai un momento, guarda le cose che sto facendo
fumo scrivendo di quello che vivo, mentre convivo col male che ho dentro.

(NSP – All time high)

Alla ricerca di uno sfogo, di cose forti, di musica, ho sempre ripudiato la musica classica, ma mi sono avvicinata alla musica italiana e ai cantautori. Tra i tanti nomi che mi hanno sempre incantata e fatta riflettere ci sono Battiato, Guccini, Battisti e Venditti. Ho alternato la sigla di Arale, Inis Mona degli Eluveitie, Se morissi lunedì di Babaman e Bassi, ai testi impegnati.

Supererò le correnti gravitazionali,
Lo spazio e la luce
Per non farti invecchiare
E guarirai da tutte le malattie,
Perché sei un essere speciale,
Ed io, avrò cura di te.

(Battiato – La cura)

In ognuno di noi c’è un’emotività, una dolcezza, un bisogno di amore e reciprocità, ma ci sono anche tanto dolore, angoscia, agonia, sofferenza e rabbia. Quella rabbia che, nascosta sotto il tappeto, non mi permetto quasi mai di “tirare fuori”, soffocata dalla mia razionalità. E allora l’evasione con la musica, il tentativo di cambiamento a partire dai capelli quando, in realtà, oltre a bruciarmi i bulbi piliferi, dovrei pensare a come amare me stessa piuttosto che a come farmi amare dagli altri.

Qui ed ora. Siamo nel 2017, e sono passati dieci fott**ti anni. La musica che ascolto dice realmente chi sono? Forse. 

Una bambina dai capelli castani che è dovuta crescere troppo in fretta, e che ha bisogno di riascoltare le canzoni della sua infanzia per sorridere, che cerca sempre il contatto con i più piccoli, che vuole le coccole e l’affetto di una mano sicura che le dia un pizzicotto sulla guancia.

Un’adolescente dalla chioma nero corvino incantata dinanzi alla bellezza, ai pizzi, ai merletti, all’Amore vero, quello con la A maiuscola, l’Amore di Catherine e Heatcliff, quel sentimento folle che può sopportare ogni cosa e che è tanto forte da far vibrare il cuore degli amanti con la stessa forza con cui trema la casetta di Dorothy quando l’uragano la solleva da terra e la porta nel Magico Mondo di Oz.

Una ragazza arrabbiata con il mondo, con le ingiustizie, e che è talmente presa da tutto ciò che la circonda da non avere neanche il tempo per scuotere la sua “testa rossa” e ammetterlo. Quella ragazza strana che ritrova nella musica il momento di evasione, di catarsi, di tragedia, che non si concede quasi mai. 

Una donna, questa volta bionda, che ascolta Battiato, ma sa di avere nella playlist della sua vita un sacco di canzoni, da Al Bano e Romina a Tom Jones. Una donna che è castana, rossa, nera, ma anche bionda, e lo rimarrà per sempre. 

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