Per il 750° anniversario della nascita di Giotto, celeberrimo artista fiorentino che, da quando siamo bambini, associamo al famoso disegno del cerchio, la Scuola Grande della Misericordia, a Venezia, ha ospitato la mostra Magister Giotto (dal 13 luglio al 23 novembre 2017).

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Le aspettative, da parte mia, erano davvero alte, ma sono rimasta profondamente delusa. La mostra, che, sulla carta, avrebbe dovuto essere immersiva ed offrire all’utente una esperienza unica e irripetibile, sembrava un labirinto di muri su cui erano proiettate, per circa quarantacinque minuti, immagini ad alta definizione condite da transizioni “ad effetto” e “panoramiche”. Gli ambienti, scenografici – così recita il sito internet dedicato alla mostra –  erano semplicemente delle stanze pressoché vuote, che si illuminavano, o spegnavano, durante il percorso. Il tutto condito dalla voce dell’attore Luca Zingaretti, accompagnata dalle musiche di Paolo Fresu, che tra un pictòr e una prudéns, mi ha fatta assopire, ma anche un poco preoccupare. 

Non voglio soffermarmi sul contenuto di ogni stanza, ma cercherò di essere concisa. Nella prima stanza, con qualche proiezione della figura di Boccaccio, Dante e Vasari, è stata introdotta, brevemente, la fama del pittore, colui che, come è risaputo, compare nella quinta novella della sesta giornata del Decameron e nell’XI canto del Purgatorio.

«Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura.»

Dulcis in fundo la testimonianza di Vasari, l’unica che ha portato un accenno di particolarità (ma neanche troppo) a fonti arcinote. 

Seguono le stanze dedicate alle opere del magister, che mi hanno fatta sentire, più che una comparsa (protagonista neanche a parlarne), una semplice spettatrice di una presentazione Power Point di qualità, ma pur sempre una presentazione. Ho rimpianto la trasmissione Ulisse che, senza richiedere un biglietto del costo di sedici euro (ridotto per studenti, perché un semplice visitatore ne pagherebbe ben diciotto!), non solo riesce a conquistare lo sguardo del telespettatore, ma anche ad incantarlo e ad allontanare la temibile fase REM. 

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La mostra beckettiana, perché a tratti, a mio avviso, è risultata proprio no-sense, è terminata in un modo totalmente inaspettato, anche per me, che ormai ero completamente disincantata e prevenuta. L’ultima stanza della mostra era dedicata alla famosa Cometa di Halley, proprio la cometa che vide il nostro magister Giotto, e che, molto prima, forse videro anche i Re Magi. Ebbene, comete, luci, illuminazioni spettacolari, tutto avrebbe potuto dare un’idea di incanto, leggenda, ma anche mistero, fuorché ciò che è stato predisposto dalla mostra: una stanza, con un enorme schermo con proiettata una storia in merito alla Cometa e all’invio, il 2 luglio del 1985, della sonda Giotto. 

Io, spettatrice incredula, mi sono seduta in questa stanza buia e passivamente, davanti allo schermo, ho concluso questa esperienza per nulla immersiva, ma neppure distensiva. 

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Rappresentazione visiva di un’esperienza immersiva quasi paragonabile a quella che si ha mentre si guarda Uomini e Donne alle 14.45 di un lunedì pomeriggio qualunque.

Magister Giotto, quando la tecnologia, anziché farci partecipare, ci esclude.

 

 

 

 

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