La psicoanalisi tra Freud e Svevo

LA PSICOANALISI

La psicoanalisi nacque grazie agli studi avviati da Jean Martin Charcot sull’isteria e continuati da Sigmund Freud. 

Alla fine dell’800, vi fu uno sviluppo delle metodologie psichiatriche che, in precedenza, erano basate su prassi mediche ad oggi considerate poco ortodosse, come i bagni nel ghiaccio, la lobotomia e l’uso continuo di psicofarmaci e sedativi. In questo contesto di cambiamento, Freud si fece notare come uno studioso d’avanguardia e propose di curare i malati psichiatrici attraverso l’uso della parola. Memore dell’esperienza con Jean Charcot, medico specializzato nel metodo ipnotico, che utilizzava per curare i suoi pazienti affetti da isteria, andando ad operare non sul corpo, che manifestava soltanto una sintomatologia fisica, ma sulla mente, vera custode del conflitto psicologico, Freud ebbe un’illuminazione fondamentale: egli comprese l’importanza e la forza della psiche e, in particolare, dell’inconscio. Per questo, decise di sviluppare un metodo psicoanalitico volto ad una terapia che, mettendo il paziente a proprio agio, gli permettesse di entrare in contatto con la sua dimensione più intima. La tecnica delle associazioni libere permetteva allo psicoanalista, che durante la seduta era comodamente adagiato su di un sofà e si posizionava dietro il paziente per non metterlo in soggezione, di acquisire informazioni importanti per la comprensione della vita psichica del malato. 

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Lo psicoanalista si accorse che i suoi pazienti, i quali si recavano presso il suo studio circa tre volte a settimana, erano soliti anche raccontargli i loro sogni: ciò permise a Freud di delineare un approccio simbolico, anche grazie alla comparazione delle esperienze oniriche sottoposte dai suoi pazienti.  Nel 1899 scrisse L’interpretazione dei sogni.

Nel frattempo, collaborò con lo psichiatra svedese Breuer, specializzato nella cura dell’isteria sempre attraverso l’ipnosi, proprio come Charcot. Proprio presso Breuer, Freud conobbe la nota Anna O: questa paziente si era infatuata del suo analista e, per questo, Breuer decise di trasferirla in cura presso Freud. Grazie all’innamoramento di Anna O., egli scoprì un meccanismo fondamentale nella psicoanalisi, il transfert: un meccanismo mentale per il quale un individuo tende a traslare schemi mentali relativi a sentimenti ed emozioni da una relazione significante precedente, dunque già trascorsa, ad una persona coinvolta in una relazione interpersonale presente. Il transfert si rivelerà fondamentale per la terapia psicoanalitica freudiana poiché, in questo modo, il paziente, acquisita la giusta fiducia nel proprio terapeuta, sarà in grado di avviare il processo di guarigione, grazie ad un’interpretazione graduale dei suoi disturbi da parte dell’analista in questione. 

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Freud iniziò a ottenere numerosi successi: si dedicava moltissimi ai suoi studi e tra sedute psicoanalitiche, università, ricerche e interpretazioni, la sua vita era divenuta molto caotica, al punto che arrivò a diventare dipendente dalla cocaina. Egli fumava moltissimo a causa dello stress e si nutriva in modo inadeguato, oltre ad avere problemi di respirazione a causa delle narici d’argento che aveva dovuto introdurre nel naso, deturpato dall’assunzione della droga. Ciò nonostante morì  di tumore all’età di 82 anni.

LA TEORIA DI FREUD

La teoria psicoanalitica di Freud è detta empirica in quanto nacque dalla pratica. Freud ha, infatti, elaborato i suoi studi in base alle informazioni raccolte durante le sedute. Verso la fine della sua carriera egli cercò di spiegare in modo più scientifico la sua teoria, ma essa rimase comunque molto teorica e i suoi studi scientifici restarono soltanto abbozzati nel Progetto di una futura psicologia, bruciato, insieme ad alcune sue opere, per ordine di Hitler nella piazza di Berlino. Ancora oggi non ci sono prove scientifiche che dimostri con efficacia la valenza della terapia psicoanalitica freudiana.

Gli studi di Freud si concentrarono sulle pulsioni, sulle strutture e le istanze psichiche, sui meccanismi di difesa dell’Io, sullo sviluppo psicosessuale e sulla tipologia adulta e il dinamismo intrapsichico. Tra questi argomenti, è importante sottolineare la sua teoria delle strutture e istanze psichiche.

Secondo Freud l’uomo possiede tre strutture psichiche e tre istanze psichiche: le prime sono elementi che formano la psiche umana, mentre le seconde ne rappresentano l’aspetto prevalentemente dinamico. 

Le strutture psichiche sono: Inconscio, Preconscio e Conscio. 

  • L’Inconscio è la parte più profonda e vera della nostra personalità, ma anche la più irrazionale, inaccessibile e misteriosa che non comunica con noi, ma si manifesta durante le sedute di terapia, grazie alla tecnica delle associazioni libere, con gli atti mancati, nei sogni simbolici e attraverso i sintomi.
  • Il Preconscio è una struttura intermedia tra l’inconscio e il conscio. Esso è una sorta di “anticamera della coscienza”, dove sostano per anni degli elementi che, fino a quando nella vita reale avvengono le condizioni appropriate e favorevoli per renderli consci, restano latenti. 
  • Il Conscio, ovvero la nostra coscienza, quella struttura che contiene tutti gli elementi di cui siamo consapevoli, ossia i pensieri, i desideri, i ricordi, i sentimenti e le aspettative.

Le istanze psichiche sono: Es, Io e Superio.

  • Es (id): è la sede degli istinti primari e delle pulsioni, non conosce la distinzione fra bene e male, fra ciò che è morale e ciò che è immorale ed è animata dall’Eros e dal Thanatos. Le pulsioni dell’Eros non sono solo di natura sessuale, ma anche di autoconservazione, mentre quelle del Thanatos, pulsioni di morte, sono rivolte verso l’esterno e il soggetto stesso.
  • Io (ego)rappresenta l’elemento più importante del nostro equilibrio psicologico. Esso deve fare da mediatore tra l’Es, centro delle pulsioni e il Superio, la cosiddetta coscienza morale.
  • Superio: è la nostra coscienza morale, che dipende dall’educazione famigliare e dalle esperienze infantili. Il Superio è una sorta di “Grillo parlante”, una vocina interiore che regola le nostre azioni comportamentali grazie ai valori.  All’interno del Superio si sviluppa un’altra istanza detta Ideale dell’Io, che riguarda l’insieme delle nostre aspirazioni ideali, di solito sviluppate grazie a dei modelli di riferimento.

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ITALO SVEVO E LA PSICOANALISI

Dopo questa breve e chiaramente riduttiva introduzione alla psicoanalisi, è giunto il momento di riflettere sull’influenza della teoria freudiana in Italia, in particolare, come si evince dal titolo del mio articolo, presso la città di Trieste, focalizzandosi su un letterato molto importante, seppur poco stimato dai suoi contemporanei: Italo Svevo. 

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L’incontro culturale di Svevo con la psicoanalisi fu significativo: egli non conobbe Freud di persona, ma lesse molte sue opere, come testimoniò lui stesso nel Soggiorno londinese, dove dichiarò di essersi approcciato alla teoria psicoanalitica intorno al 1910. Egli tradusse Il sogno e lesse La psicopatologia della vita quotidiana Il motto di spirito.  

Si deve ricordare che, visto il particolare periodo storico, la psicoanalisi in Italia si era diffusa parzialmente, ma a Trieste, capitale mitteleuropea, aveva attecchito molto di più, anche grazie alla diffusione effettuata dallo psicoanalista Edoardo Weiss, che aveva frequentato Freud presso i salotti di Vienna.

Tornando a Svevo, il suo rapporto con la psicoanalisi  fu piuttosto complicato: egli non credeva che fosse efficace questo metodo di indagine psichica, probabilmente per l’inefficacia della cura subìta dal cognato Bruno Veneziani, tuttavia  aveva approfondito la psicologia e gli studi di quel periodo, come le ricerche di Charcot. La sua frequentazione con Steckel, fondatore della Prima società psicoanalitica a Vienna, risalente al 1907, forse identificabile con il Dottor S. della Coscienza – e non, come molti erroneamente pensano, con il Dottor Sigmund Freud – portò Svevo a ritenere la psicoanalisi uno straordinario strumento di ricerca e autoesplorazione di sé, ma non una terapia per curare dei malati, come si evince anche dalla conclusione della Coscienza di Zeno.  

LA COSCIENZA DI ZENO

L’influenza della teoria freudiana si ritrova nel trittico Una vitaSenilità e, ovviamente, nella Coscienza di Zeno. In quest’ultima opera, la rilevanza della psicoanalisi è lampante: Zeno Cosini, inetto e nevrotico, decide di interrompere la cura presso il dottor S., uno psicoanalista deontologicamente non corretto che, nel momento in cui il suo paziente decide di sospendere la sua cura, pubblica il suo taccuino degli appunti.

Il titolo della Coscienza, che già nelle prime pagine si apre con una chiara denuncia al metodo psicoanalitico, ha una doppia lettura: la coscienza, da una parte può essere identificata con la consapevolezza, da parte di un qualsiasi individuo, dei propri comportamenti e delle proprie motivazioni, dall’altra come una “cattiva coscienza”, caratterizzata, nello specifico, proprio dalle auto-giustificazioni che Zeno, protagonista contraddittorio e scisso, si dà durante il corso di tutto il romanzo.

Il tempo misto con il quale è scritta l’opera, ricca di simboli, come la sigaretta, il padre – altro tema approfondito moltissimo da Freud, anche parlando del Complesso di Edipo o della Prima scena genitoriale – sembra proprio tentare di riprodurre il movimento di una coscienza, anche grazie ai suoi flussi, caratterizzati da alcuni momenti di epifania, seppur nevrotica. Il romanzo, di otto capitoli, dopo la prefazione del dottore, si apre con un preambolo di Zeno-paziente, che afferma di non fidarsi del suo terapeuta: appare chiaro come, riprendendo il discorso da me effettuato in precedenza, non si sia creato tra il Dottor S. e Zeno il così fondamentale transfert psicologico, ma un controtransfert, un meccanismo che è caratterizzato dall’odio e dalla disistima del paziente verso lo psicoanalista. Addirittura, Zeno ammette di essersi comportato come un paziente assolutamente “ribelle”, in quanto ha deciso di sabotare lui stesso le sedute di psicoanalisi, raccontando esperienze oniriche di cui non era stato protagonista, ma tanto meno comparsa. Zeno, personaggio malato, scarica la sua nevrosi attraverso il fumo, simbolo del suo rapporto complicato con il padre, uomo dal cipiglio aggressivo in gioventù, ma mite da anziano. 

Il fumo, l’ultima sigaretta che non è mai l’ultima, ma che diventa semplicemente il simbolo di un disagio esistenziale, la morte del padre che pare voluta, ma che forse, in realtà è non voluta, delineano Zeno come il prototipo di un paziente che ha bisogno di essere psicoanalizzato, che ha la forte necessità di guarire dal suo “male di vivere”. 

Nonostante gli stia stato diagnosticato un complesso di Edipo bloccato alla fase adolescenziale dello sviluppo, Zeno decide di curarsi da sé, cercando di dimenticare i suoi problemi, un po’ come fa lo struzzo che, per paura, nasconde la testa sotto la sabbia, e di salvarsi attraverso la formazione di un’associazione commerciale.  Egli, grazie ad alcuni buoni investimenti,  si convince di essere guarito e di non avere più bisogno della terapia la quale gli sottrae del tempo utile.

In conclusione, Zeno rivaluta il concetto di malattia sostenendo che tutti gli uomini sono malati, la differenza sta nel prenderne consapevolezza. Secondo il suo parere, per poter guarire è necessario che un uomo salga sul punto più alto del mondo e sganci una bomba che distrugga tutto, così da permettere agli uomini di ripartire da zero.

La malattia, allora, altro non è se non un espediente per conoscere se stessi, una condizione privilegiata che permette al “malato”, che in realtà è soltanto un uomo, di conoscersi, penetrando nell’intima realtà del mondo, filtrata dalla sua coscienza.  L’essere considerato malato, in realtà, è predisposto all’introspezione e può, in virtù della sua condizione, conoscere i meandri più cupi del suo animo.

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