La psicoanalisi tra Freud e Svevo

LA PSICOANALISI

La psicoanalisi nacque grazie agli studi avviati da Jean Martin Charcot sull’isteria e continuati da Sigmund Freud. 

Alla fine dell’800, vi fu uno sviluppo delle metodologie psichiatriche che, in precedenza, erano basate su prassi mediche ad oggi considerate poco ortodosse, come i bagni nel ghiaccio, la lobotomia e l’uso continuo di psicofarmaci e sedativi. In questo contesto di cambiamento, Freud si fece notare come uno studioso d’avanguardia e propose di curare i malati psichiatrici attraverso l’uso della parola. Memore dell’esperienza con Jean Charcot, medico specializzato nel metodo ipnotico, che utilizzava per curare i suoi pazienti affetti da isteria, andando ad operare non sul corpo, che manifestava soltanto una sintomatologia fisica, ma sulla mente, vera custode del conflitto psicologico, Freud ebbe un’illuminazione fondamentale: egli comprese l’importanza e la forza della psiche e, in particolare, dell’inconscio. Per questo, decise di sviluppare un metodo psicoanalitico volto ad una terapia che, mettendo il paziente a proprio agio, gli permettesse di entrare in contatto con la sua dimensione più intima. La tecnica delle associazioni libere permetteva allo psicoanalista, che durante la seduta era comodamente adagiato su di un sofà e si posizionava dietro il paziente per non metterlo in soggezione, di acquisire informazioni importanti per la comprensione della vita psichica del malato. 

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Lo psicoanalista si accorse che i suoi pazienti, i quali si recavano presso il suo studio circa tre volte a settimana, erano soliti anche raccontargli i loro sogni: ciò permise a Freud di delineare un approccio simbolico, anche grazie alla comparazione delle esperienze oniriche sottoposte dai suoi pazienti.  Nel 1899 scrisse L’interpretazione dei sogni.

Nel frattempo, collaborò con lo psichiatra svedese Breuer, specializzato nella cura dell’isteria sempre attraverso l’ipnosi, proprio come Charcot. Proprio presso Breuer, Freud conobbe la nota Anna O: questa paziente si era infatuata del suo analista e, per questo, Breuer decise di trasferirla in cura presso Freud. Grazie all’innamoramento di Anna O., egli scoprì un meccanismo fondamentale nella psicoanalisi, il transfert: un meccanismo mentale per il quale un individuo tende a traslare schemi mentali relativi a sentimenti ed emozioni da una relazione significante precedente, dunque già trascorsa, ad una persona coinvolta in una relazione interpersonale presente. Il transfert si rivelerà fondamentale per la terapia psicoanalitica freudiana poiché, in questo modo, il paziente, acquisita la giusta fiducia nel proprio terapeuta, sarà in grado di avviare il processo di guarigione, grazie ad un’interpretazione graduale dei suoi disturbi da parte dell’analista in questione. 

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Freud iniziò a ottenere numerosi successi: si dedicava moltissimi ai suoi studi e tra sedute psicoanalitiche, università, ricerche e interpretazioni, la sua vita era divenuta molto caotica, al punto che arrivò a diventare dipendente dalla cocaina. Egli fumava moltissimo a causa dello stress e si nutriva in modo inadeguato, oltre ad avere problemi di respirazione a causa delle narici d’argento che aveva dovuto introdurre nel naso, deturpato dall’assunzione della droga. Ciò nonostante morì  di tumore all’età di 82 anni.

LA TEORIA DI FREUD

La teoria psicoanalitica di Freud è detta empirica in quanto nacque dalla pratica. Freud ha, infatti, elaborato i suoi studi in base alle informazioni raccolte durante le sedute. Verso la fine della sua carriera egli cercò di spiegare in modo più scientifico la sua teoria, ma essa rimase comunque molto teorica e i suoi studi scientifici restarono soltanto abbozzati nel Progetto di una futura psicologia, bruciato, insieme ad alcune sue opere, per ordine di Hitler nella piazza di Berlino. Ancora oggi non ci sono prove scientifiche che dimostri con efficacia la valenza della terapia psicoanalitica freudiana.

Gli studi di Freud si concentrarono sulle pulsioni, sulle strutture e le istanze psichiche, sui meccanismi di difesa dell’Io, sullo sviluppo psicosessuale e sulla tipologia adulta e il dinamismo intrapsichico. Tra questi argomenti, è importante sottolineare la sua teoria delle strutture e istanze psichiche.

Secondo Freud l’uomo possiede tre strutture psichiche e tre istanze psichiche: le prime sono elementi che formano la psiche umana, mentre le seconde ne rappresentano l’aspetto prevalentemente dinamico. 

Le strutture psichiche sono: Inconscio, Preconscio e Conscio. 

  • L’Inconscio è la parte più profonda e vera della nostra personalità, ma anche la più irrazionale, inaccessibile e misteriosa che non comunica con noi, ma si manifesta durante le sedute di terapia, grazie alla tecnica delle associazioni libere, con gli atti mancati, nei sogni simbolici e attraverso i sintomi.
  • Il Preconscio è una struttura intermedia tra l’inconscio e il conscio. Esso è una sorta di “anticamera della coscienza”, dove sostano per anni degli elementi che, fino a quando nella vita reale avvengono le condizioni appropriate e favorevoli per renderli consci, restano latenti. 
  • Il Conscio, ovvero la nostra coscienza, quella struttura che contiene tutti gli elementi di cui siamo consapevoli, ossia i pensieri, i desideri, i ricordi, i sentimenti e le aspettative.

Le istanze psichiche sono: Es, Io e Superio.

  • Es (id): è la sede degli istinti primari e delle pulsioni, non conosce la distinzione fra bene e male, fra ciò che è morale e ciò che è immorale ed è animata dall’Eros e dal Thanatos. Le pulsioni dell’Eros non sono solo di natura sessuale, ma anche di autoconservazione, mentre quelle del Thanatos, pulsioni di morte, sono rivolte verso l’esterno e il soggetto stesso.
  • Io (ego)rappresenta l’elemento più importante del nostro equilibrio psicologico. Esso deve fare da mediatore tra l’Es, centro delle pulsioni e il Superio, la cosiddetta coscienza morale.
  • Superio: è la nostra coscienza morale, che dipende dall’educazione famigliare e dalle esperienze infantili. Il Superio è una sorta di “Grillo parlante”, una vocina interiore che regola le nostre azioni comportamentali grazie ai valori.  All’interno del Superio si sviluppa un’altra istanza detta Ideale dell’Io, che riguarda l’insieme delle nostre aspirazioni ideali, di solito sviluppate grazie a dei modelli di riferimento.

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ITALO SVEVO E LA PSICOANALISI

Dopo questa breve e chiaramente riduttiva introduzione alla psicoanalisi, è giunto il momento di riflettere sull’influenza della teoria freudiana in Italia, in particolare, come si evince dal titolo del mio articolo, presso la città di Trieste, focalizzandosi su un letterato molto importante, seppur poco stimato dai suoi contemporanei: Italo Svevo. 

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L’incontro culturale di Svevo con la psicoanalisi fu significativo: egli non conobbe Freud di persona, ma lesse molte sue opere, come testimoniò lui stesso nel Soggiorno londinese, dove dichiarò di essersi approcciato alla teoria psicoanalitica intorno al 1910. Egli tradusse Il sogno e lesse La psicopatologia della vita quotidiana Il motto di spirito.  

Si deve ricordare che, visto il particolare periodo storico, la psicoanalisi in Italia si era diffusa parzialmente, ma a Trieste, capitale mitteleuropea, aveva attecchito molto di più, anche grazie alla diffusione effettuata dallo psicoanalista Edoardo Weiss, che aveva frequentato Freud presso i salotti di Vienna.

Tornando a Svevo, il suo rapporto con la psicoanalisi  fu piuttosto complicato: egli non credeva che fosse efficace questo metodo di indagine psichica, probabilmente per l’inefficacia della cura subìta dal cognato Bruno Veneziani, tuttavia  aveva approfondito la psicologia e gli studi di quel periodo, come le ricerche di Charcot. La sua frequentazione con Steckel, fondatore della Prima società psicoanalitica a Vienna, risalente al 1907, forse identificabile con il Dottor S. della Coscienza – e non, come molti erroneamente pensano, con il Dottor Sigmund Freud – portò Svevo a ritenere la psicoanalisi uno straordinario strumento di ricerca e autoesplorazione di sé, ma non una terapia per curare dei malati, come si evince anche dalla conclusione della Coscienza di Zeno.  

LA COSCIENZA DI ZENO

L’influenza della teoria freudiana si ritrova nel trittico Una vitaSenilità e, ovviamente, nella Coscienza di Zeno. In quest’ultima opera, la rilevanza della psicoanalisi è lampante: Zeno Cosini, inetto e nevrotico, decide di interrompere la cura presso il dottor S., uno psicoanalista deontologicamente non corretto che, nel momento in cui il suo paziente decide di sospendere la sua cura, pubblica il suo taccuino degli appunti.

Il titolo della Coscienza, che già nelle prime pagine si apre con una chiara denuncia al metodo psicoanalitico, ha una doppia lettura: la coscienza, da una parte può essere identificata con la consapevolezza, da parte di un qualsiasi individuo, dei propri comportamenti e delle proprie motivazioni, dall’altra come una “cattiva coscienza”, caratterizzata, nello specifico, proprio dalle auto-giustificazioni che Zeno, protagonista contraddittorio e scisso, si dà durante il corso di tutto il romanzo.

Il tempo misto con il quale è scritta l’opera, ricca di simboli, come la sigaretta, il padre – altro tema approfondito moltissimo da Freud, anche parlando del Complesso di Edipo o della Prima scena genitoriale – sembra proprio tentare di riprodurre il movimento di una coscienza, anche grazie ai suoi flussi, caratterizzati da alcuni momenti di epifania, seppur nevrotica. Il romanzo, di otto capitoli, dopo la prefazione del dottore, si apre con un preambolo di Zeno-paziente, che afferma di non fidarsi del suo terapeuta: appare chiaro come, riprendendo il discorso da me effettuato in precedenza, non si sia creato tra il Dottor S. e Zeno il così fondamentale transfert psicologico, ma un controtransfert, un meccanismo che è caratterizzato dall’odio e dalla disistima del paziente verso lo psicoanalista. Addirittura, Zeno ammette di essersi comportato come un paziente assolutamente “ribelle”, in quanto ha deciso di sabotare lui stesso le sedute di psicoanalisi, raccontando esperienze oniriche di cui non era stato protagonista, ma tanto meno comparsa. Zeno, personaggio malato, scarica la sua nevrosi attraverso il fumo, simbolo del suo rapporto complicato con il padre, uomo dal cipiglio aggressivo in gioventù, ma mite da anziano. 

Il fumo, l’ultima sigaretta che non è mai l’ultima, ma che diventa semplicemente il simbolo di un disagio esistenziale, la morte del padre che pare voluta, ma che forse, in realtà è non voluta, delineano Zeno come il prototipo di un paziente che ha bisogno di essere psicoanalizzato, che ha la forte necessità di guarire dal suo “male di vivere”. 

Nonostante gli stia stato diagnosticato un complesso di Edipo bloccato alla fase adolescenziale dello sviluppo, Zeno decide di curarsi da sé, cercando di dimenticare i suoi problemi, un po’ come fa lo struzzo che, per paura, nasconde la testa sotto la sabbia, e di salvarsi attraverso la formazione di un’associazione commerciale.  Egli, grazie ad alcuni buoni investimenti,  si convince di essere guarito e di non avere più bisogno della terapia la quale gli sottrae del tempo utile.

In conclusione, Zeno rivaluta il concetto di malattia sostenendo che tutti gli uomini sono malati, la differenza sta nel prenderne consapevolezza. Secondo il suo parere, per poter guarire è necessario che un uomo salga sul punto più alto del mondo e sganci una bomba che distrugga tutto, così da permettere agli uomini di ripartire da zero.

La malattia, allora, altro non è se non un espediente per conoscere se stessi, una condizione privilegiata che permette al “malato”, che in realtà è soltanto un uomo, di conoscersi, penetrando nell’intima realtà del mondo, filtrata dalla sua coscienza.  L’essere considerato malato, in realtà, è predisposto all’introspezione e può, in virtù della sua condizione, conoscere i meandri più cupi del suo animo.

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Un primo approccio a Dante: Per riveder le stelle

Un primo approccio alla Commedia di Dante Alighieri, testo fondamentale della cultura italiana che, attraverso alcune letture animate, può essere condiviso e apprezzato non solo con i grandi, ma anche con i più piccini.

Il Laboratorio Per riveder le stelle si è svolto in tre incontri nel luglio 2017 presso il Centro Estivo alla Scuola dell’infanzia Vittorio Emanuele II di Viale Martelli (Pordenone).

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Miniatura marciana del XIV secolo
raffigurante Dante, Beatrice e le famose stelle.

Dante, cinto dalla sua corona d’alloro e dall’immancabile mise rossa, si è recato presso la Scuola dell’infanzia di Pordenone e, servendosi di un teatrino creato dagli stessi partecipanti, alcune stampe di miniature medievali e tanto buon umore, ha raccontato ai bambini il suo periglioso viaggio tra Inferno, Purgatorio e Paradiso.

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Il pubblico, della fascia di età compresa tra i quattro e i sei anni, che ha vissuto il racconto come la lettura di una lunga fiaba, ha appreso delle nozioni di base, quali il nome di Dante, il periodo storico a cui appartiene, qual è la sua opera più importante e il nome dei personaggi che lo accompagnano nel suo cammino.

Vi lascio un “assaggio” della presentazione del Laboratorio, che spero di perfezionare e replicare il prossimo anno.

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Narratore: 

Di Dante Alighieri, nato a Firenze tanto, ma tanto tempo fa, sappiamo moltissimo. Tuttavia, per ricordarci di lui, ci basterà pensare ad un uomo vestito di rosso, con un grande naso e dalla fronte cinta da una profumatissima e verdissima corona di alloro.

Questo personaggio, così buffo, ne sapeva talmente di tutti i colori, che ha scritto un sacco di libri: per non elencarveli tutti, e visto che lui ne è davvero geloso, ve lo porterò proprio qui, così vi racconterà le sue meravigliose storie, ma dovrete ascoltarlo attentamente.

Dante:

Arrivato son da Firenze per raccontarvi la mia Commedia,

che ho scritto durante un lungo allontanamento dalla mia città, per sfuggire all’inedia.

Avevo litigato con un uomo che era proprio Malo, anche se si chiamava Bono…facio. Visto che mi piaceva tanto leggere, studiare e chiacchierare,

ho scritto queste rime di cui vi voglio parlare.

«Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.»

Avevo trentacinque anni, ero ormai un uomo grande e grosso e il mio naso, che mi proteggeva dalla pioggia, dal vento, dalle neve, quasi come un ombrello, mi ha accompagnato in un viaggio davvero magico.

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Il palloncino rosso

Vorrei scrivere bene, ma non riesco. Le parole si ingarbugliano, i concetti si annebbiano e gli occhi si riempiono di lacrime.

Oggi ci siamo visti. Mi hai vista. Ti ho visto. Non un tentennamento, non uno scatto, neanche un leggero fremito delle spalle o una smorfia di imbarazzo. Niente. Il nulla cosmico, solo un caffè alla macchinetta, il tuo, mentre il sole scaldava le spalle, le mie, e tu le tue le voltavi ancora una volta.

Eppure quando mi sveglio, tutta arrotolata tra le coperte come una piadina, quando mi trucco e mi guardo struccata allo specchio, con la faccia “sfatta”, come dicevi tu, quando sono in treno e mi perdo tra le nuvole, quei cirri candidi che mi fanno venire soltanto voglia di mollare tutto, prendere un palloncino rosso, aggrapparmi al suo filo e volare via da qui, quando fumo una sigaretta (una di quelle che non dovrei fumare o, meglio, una delle tante che non dovrei fumare), quando torno a casa e mi distendo sul letto, quando mi lavo i denti prima di andare a dormire, quando mi corico e rigiro come un crostolo tra le lenzuola raggrinzite, quando sogno, io, nonostante tutto, penso a Te.

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Piuma

Vorrei essere una piuma.

Trasportata dagli aliti di vento mi librerei in volo e potrei guardare tutto dall’alto. Scruterei i comignoli delle case, sporcandomi di cenere e adagiandomi sulle mattonelle rosse. In attesa. 

Cosa può fare una piuma se non aspettare che il vento la accarezzi?

Di nuovo abbracciata da Zefiro, mi appoggerei sulla spalla di un bambino, per guardarlo giocare con la sua lucida palla color rubino.

Avida di volare fuggirei su un cirro morbido, ancora bagnato dai colori di Aurora, per poi,  lentamente, scendere dal cielo di seta. 

Piuma involata, discendente, che aspetta di riposare sul palmo di una mano.

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Rinvenuta dal porto sepolto

Il 20 settembre 2016 mi sono laureata in Lettere con curriculum storico e oggi, dopo quasi un mese, trovo il tempo e la concentrazione per raccogliere le impressioni su un momento così importante, vissuto intensamente, ma allo stesso tempo percepito così breve.

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Ho sempre voluto, durante questi anni, scrivere un resoconto della mia esperienza universitaria, un po’ perché mi piace catalogare i fatti e descrivere ciò che mi accade, un po’ per via di tutte le avventure che mi sono capitate in questi tre anni.

Essendo per mia natura prolissa, voglio cominciare a raccontare questa storia dall’inizio. Mi sono diplomata nel 2013 e quando ho dichiarato alla commissione del mio Esame di maturità la mia scelta universitaria nessuno ha battuto ciglio. Non ho ricevuto né consigli, né commenti piccati, proprio niente. Ma non ho ritenuto la cosa particolarmente strana, e ho terminato la mia esperienza liceale con soddisfazione e serenità.

Dopo una scelta inoculata, posso dirlo col famoso “senno del poi”, mi sono iscritta, ad agosto, a Scienze della Comunicazione, corso di laurea attivo all’Università degli Studi di Trieste. Mi ricordo ancora quando, accompagnata da mia madre, mi sono recata presso la sede di Via Tigor, una zona residenziale, e ho guardato un po’ preoccupata l’edificio fatiscente che mi si presentava dinanzi in tutta la sua monumentale “vecchiezza”.

La mia estate era trascorsa serenamente: ogni tanto, incuriosita, sbirciavo il piano di studi del corso di laurea che avevo scelto e, ammaliata dagli insegnamenti proposti e dai loro nomi accattivanti (Sociologia della Comunicazione, Teorie e tecniche della conoscenza, Semiologia del cinema, etc.), ero entusiasta all’idea di incominciare. Peccato che la solfa fu molto diversa.

Il primo corso che seguii, Sociologia della comunicazione, prometteva tanto bene sulla carta, ma in realtà era molto diverso rispetto a quello che mi aspettavo. Il programma constava di un misero libricino di duecento pagine sulla Sociologia e degli appunti delle lezioni: un 30 e lode indolore e soprattutto, assolutamente, sciolto e di tutto riposo. L’impegno richiesto per sostenere gli esami, non solo non era esattamente quello che mi aspettavo dopo cinque anni di Liceo, ma non si avvicinava neppure lontanamente alla mia idea di “studio”. Dopo un terzetto, infelice e insoddisfacente, di 30 immeritati, ho deciso di chiudere la mia carriera universitaria e sfuggire da un corso che, mi dispiace per il povero Umberto Eco, è  tuttora una “cagata pazzesca”. Perdonatemi per questo francesismo e apprezzate il mio personalissimo elogio a Fantozzi.

Da febbraio a settembre del 2014 ho vissuto nel limbo: da un lato non potevo rimanere con le mani in mano e perdere tempo, dall’altro non sapevo davvero che fare. Volevo scrivere, studiare, trascorrere il mio tempo imparando, e non sollazzandomi guardando la televisione e conquistando voti alti senza alcuna fatica. Così mi sono iscritta all’Università degli Studi di Udine, ma come corsista singola, studentessa ibrida che, in realtà, non è iscritta a nessun corso, ma ha la possibilità di sostenere un certo numero di esami entro un termine specifico (il mio termine era settembre, mese entro cui avrei dovuto sostenere quattro esami).

Il mio primo esame universitario è stato Geografia, un test a crocette che ritenevo molto semplice. Valutazione? 23/30. Ricevuto l’esito, mi sono chiesta “Non è che, forse, hai fatto il passo più lungo della gamba?“, ma poi ho preferito l’opzione quasi televisiva del “Rifiuto l’offerta e vado avanti“, e mi è andata bene. A seguire Storia medioevale, Istituzioni di filosofia e Letteratura italiana I. Giunto settembre, con la sua pioggerellina, mi sono finalmente iscritta con abbreviazione di carriera al secondo anno, l’epopea di Gilgamesh era finita, in teoria.

Invece no. Scelto un indirizzo sbagliato – sì perché, ovviamente, scegliere un corso di laurea implica anche decidere quale indirizzo seguire, non soltanto quale corso! – ho preferito, dopo qualche mese, cambiare il mio percorso e iscrivermi al curriculum storico. Ma restava ancora un problema piuttosto serio, quello degli esami per l’ipotetica abilitazione in vista dell’ipotetica scelta di voler entrare nel mondo dell’insegnamento. Da lì, una catena di montaggio di esami, alcuni amati, altri odiati, altri ancora neanche sentiti. I caffè alle macchinette, il computer sempre in borsa, pronto per essere sfoderato e usato come arma bianca, le unghie, più o meno lunghe, intente a graffiare la tastiera e a ticchettare in modo ossessivo. Le giornate uggiose, in treno, aspettando di ritornare a casa o di arrivare a palazzo Antonini. Le amicizie iniziate, alcune mai incominciate e altre già finite. L’Amore trovato, osteggiato, desiderato e conquistato. Insomma, la giovinezza che pian piano scolora e diventa maturità.

Parafrasando e citando indirettamente Shakespeare, Ripeness is allE, infatti, questi anni, acerbi come limoni, sono maturati. Potrò, da ora in poi, volgere il mio sguardo indietro e immergermi nel passato, come faceva Albus Silente grazie al suo Pensatoio, per rivivere la paura prima dell’esame di Letteratura italiana I quando, bianca come un cencio, mi sono presentata davanti al mio futuro relatore, ignara del mio destino; oppure per stizzirmi, ripensando a quando, durante l’esame di Storia moderna II, il docente, guardando con sguardo torvo la mia felpa (nera con dei piccolissimi teschietti bianchi), ha esclamato “Che maglia orribile!“.

Quest’esperienza, così complicata e allo stesso tempo così semplice, è finita. E, nonostante mi tremino le vene e i polsi al solo pensiero, ho iniziato un nuovo viaggio, stavolta più breve, ma forse più intenso. 

Spero che, durante il percorso che mi accingo ad intraprendere, cambierò me stessa e rimarrò quella di sempre cambiando, senza smettere di raccogliere quei fiori dai colori incantevoli e dal profumo odoroso che, da alcuni anni, coltivo nel mio giardino.

una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’ era pinta tutta la sua via.

(Purgatorio XXVIII, 40 – 41) 

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Il giovane Holden di J.D Salinger

Rovistando tra i file(s) presenti nel mio computer, come al solito, mi sono imbattuta in un documento di cui mi ero completamente dimenticata. Durante il terzo anno di Liceo, il mio professore di Filosofia invitò la classe a leggere il libro Il giovane Holden e impartì a noi studenti (forse dovrei dire studentesse) di scriverne una breve recensione.

Mi ricordo che il testo mi piacque tantissimo, soprattutto per lo stile di scrittura di Salinger, che sembrava essere proprio quello di un ragazzino della mia età, uno di quei giovani imbronciati, arrabbiati col mondo e un po’ ribelli, ma pieni di sogni.  Ad oggi, nonostante siano passati sei anni, mi sento ancora vicina al personaggio tratteggiato dall’abile penna dello scrittore, ad Holden, quel ragazzetto che non si trovava a suo agio con la realtà che lo circondava, che tentava di evaderla a tutti i costi, scappando e progettando una nuova vita, un’ennesima entusiasmante avventura.

Vi lascio al mio scritto di qualche anno fa, buona lettura.

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Trama

Holden Caufield è un ragazzino di sedici anni proveniente da una famiglia borghese Newyorkese, suo fratello è uno scrittore, suo padre è un noto avvocato e la madre è casalinga. Holden frequenta l’istituto superiore di Pencey in Pennsylvania con scarsi risultati, per questo, espulso dalla prestigiosa scuola, decide di prendersi qualche giorno di pausa dalla vita convenzionale, prima di avvisare i genitori della triste notizia.Il ragazzino ha, infatti, pessimi rapporti con i compagni e gli insegnanti, non si trova a suo agio con il mondo che lo circonda e per questo si pone con un atteggiamento conflittuale ed indifferente. Le uniche persone per le quali prova un profondo affetto sono la dolce sorellina Phoebe ed il fratello Ellis, morto anni prima di leucemia.

Il sabato sera successivo all’espulsione, dopo aver litigato con il suo migliore amico Stradtler, Holden  decide di prendere il treno per andare a New York, città in cui vive la sua famiglia. Arrivato verso l’una di notte, affitta una camera in un alberghetto da quattro soldi, dove riceve una prostituta che manda subito via, pagandola comunque con i cinque dollari prestabiliti. Poco dopo però il protettore della prostituta irrompe nella camera di Holden assalendolo. Sconvolto dall’accaduto, il giovane chiama la sua vecchia amica Sally, con la quale andrà a teatro e a pattinare sul ghiaccio l’indomani. I due trascorrono il pomeriggio chiacchierando, e confessano di amarsi reciprocamente, ma Sally poco dopo se ne va, turbata dalle parole troppo forti del ragazzo.

In seguito Holden decide di rivedere la sua adorata sorella Phoebe, ma non trovandola si ubriaca per tutta la notte con un vecchio amico in un pub. La mattina dopo Holden si reca a casa sua per rivedere la sorella e per parlare un po’ con lei,trovandola  però addormentata; appena la piccola si sveglia comprende che il fratello è stato espulso da Pencey e si mette a piangere.

Holden alla ricerca di un riparo per la notte, chiede aiuto al suo professore, un amico di famiglia. Recatosi da lui per parlare dei suoi problemi trascorre la notte a casa sua; Holden dorme tranquillo fino a che, svegliandosi di soprassalto, si accorge delle molestie subite da parte del professore, il quale mentre era assopito lo stava accarezzando.

La mattina dopo Holden, ancora sconvolto dall’accaduto, progetta di scappare per l’ovest, per costruirsi una nuova vita ed una famiglia tutta sua. Entusiasta chiama la sua amata Sally chiedendole di accompagnarlo nel suo viaggio, lei però lo ferisce sgridandolo e accusandolo di essere infantile e ridicolo. Prima di partire in solitudine, il ragazzo decide di rivedere la sorellina Phoebe, concordando un appuntamento davanti ad un museo. Dopo averle rivelato il suo progetto, Phoebe preoccupata gli dice di volerlo seguire nella sua avventura.

Sarà Holden a dover decidere ora… lasciare New York con la sorellina oppure restare ed affrontare le difficoltà della vita?

Opinione personale

Questo libro mi è piaciuto moltissimo, poiché quando l’ho letto mi sembrava di vivere le avventure di Holden come un personaggio all’interno del libro, non come una qualunque lettrice. Il linguaggio scorrevole ed i periodi brevi mi hanno fatta pensare  alle battute teatrali ed hanno reso  la lettura di questo libro molto piacevole.

Un altro aspetto a mio avviso caratteristico di questo capolavoro sono le descrizioni, mi hanno affascinata particolarmente le parole dolcissime con le quali Holden descrive la piccola Phoebe e la sua ex fidanzata Jane.

Ma, principalmente, l’aspetto che ho preferito di questo romanzo è proprio Holden, il protagonista: un ragazzo ribelle, ma profondo, delicato, a volte riservato, altre, insomma, un adolescente vero e proprio con le sue mille sfaccettature caratteriali.

Holden è duro, sprezzante con il mondo che lo circonda, ma allo stesso tempo dolce e romantico con le persone che ama. E’ un ragazzino che vive l’adolescenza appieno ed è pieno di forza, quella forza che soltanto i sedicenni possono avere.

Consiglio questo libro a tutti i giovani poiché penso che ogni adolescente meriti di conoscere Holden.

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Catalogatrice compulsiva di ricordi

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Sostanzialmente, io vivo di ricordi. 

Sono una drogata di ricordi, una dipendente e morbosa persona legata ai ricordi. Amo i miei ricordi indistintamente, anche se, lo ammetto, ho una piccolissima preferenza per quelli legati alla mia infanzia.

Amo l’infanzia. Non solo la mia, la amo proprio in generale. Credo fortemente che sia il periodo della vita più bello, più spensierato, più appropriato per affacciarsi al mondo un po’ di merda che ci aspetta. Ho detto “merda”, peccato. La bambina spocchiosa che è in me, quella che ho relegato nelle tenebre del mio cuore (mica tanto!) si sta alzando dalla sedia e sta andando a fare il riportino alla maestra perché, giustamente, “non si dicono le parolacce“. Eppure noi grandi le diciamo, e anche troppo spesso.

L’infanzia è una miniera di ricordi, almeno per me. Ricordo sorridendo il mio primo giorno di scuola, le mie trecce improbabili e la cartella di Barbie, l’emozione della prima campanella, o l’ansia del primo compito in classe. Questi ricordi, così vividi, li ho dentro di me e impressi a chiare lettere nel mio cervello: se penso ad un particolare momento ecco che, magicamente, davanti ai miei occhi compare la fotografia che lo immortala. 

Ed è proprio qui che voglio arrivare. Al fermo immagine, alla pausa momentanea, all’inquadratura che ci inquadra e ci rende vivi lì, per sempre, in quella foto, in quel momento, incollati in quell’album impilato tra una catasta di libri.  Che cosa è la fotografia? E’ solo un’arte o è anche un universo parallelo che ci permette di vivere per sempre, anche se in un modo ovattato e un po’ datato? E se la fotografia viene persa, anche noi perdiamo un briciolo di noi stessi, dimentichi di una realtà troppo lontana?

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Le fotografie sono importanti, per me sono addirittura fondamentali e devono essere catalogate, conservate con cura, accompagnate da didascalie e adesivi, per rendere loro, ancora meglio e per sempre, giustizia. Sono un altro modo di vivere, un varco che dà accesso ad un passato che è ancora presente e che potrebbe ritornare futuro. Come farei a ricordarmi della mia bellissima villa vittoriana di Barbie, senza una fotografia? Oppure, ancora più importante, come potrei riportare in vita la mia nonna ed il suo sorriso, senza un’immagine pronta a ricordarmelo? I volti spariscono, lentamente si sgretolano nella nostra immaginazione e diventano soltanto aloni, ombre di un passato felice. La fotografia, invece, cancella quell’alone, rompe quel velo e ci riporta indietro, come con un giratempo, e ci fa rivivere quell’attimo che fugge. 
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Il tempo ci scappa di mano, a volte cerchiamo di afferrarlo con forza, lo strattoniamo, sentendolo scivolare tra le pieghe delle nostre dita gridiamo, lo invochiamo, lo malediciamo, rischiamo di perderlo e lo inseguiamo come cacciatori affamati. Noi abbiamo bisogno di tempo, non ne abbiamo mai abbastanza. E quando vediamo la sabbia del tempo volare in cielo e perdersi tra le nuvole, piangiamo lacrime amare e ci contorciamo di dolore. Sì, perché il nostro tempo fa parte di noi, della nostra identità, ed è importante. Ecco perché, quando rivedo le mie vecchie fotografie, quando sfoglio gli album che ho creato con tanta pazienza e cura, sento di aver recuperato un po’ di quel tempo che fugge e scalcia, che si dimena e impazza. 

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E anche per questo, dal mio angolino di mondo, vi dico col cuore in mano: “Prendete in mano quella fottuta macchina fotografica, ma non per farvi un autoscatto, bensì per immortalare la vostra vita che tempestosa si muove come una giumenta impazzita! Non fotografate soltanto il piatto al ristorante, ma fermatevi con i vostri amici o parenti e, sorridendo, premete quel tasto rotondo e ascoltate quel “click”. Conservate i vostri ricordi, custoditeli gelosamente, condivideteli con chi amate e nascondeteli a chi odiate. Sono attimi di infinito di un tempo finito.”

die Zeit verfliegt

Sento, ascolto, vedo

Sento.
Sento il cuore che piange,
le lacrime che scendono e si aggrappano alle guance,
le labbra che si aggrovigliano come radici nodose,
i sussulti che spirano come anime espianti.
Ascolto.
Ascolto il rantolio che lascia il vuoto,
il vento che sbatte sul mio petto ferito,
la rabbia che prende a pugni i muri,
le urla che si scontrano come onde.
Vedo.
Vedo le stelle che continuano a brillare,
a muoversi e a danzare nel firmamento.
Vedo le nuvole che oscurano il chiarore della luna,
il loro riflesso sulla mia anima.
Sento, ascolto, vedo.
Sento, ascolto, vedo.
Sento.
Ascolto.
Vedo.

2hplgea