La psicoanalisi tra Freud e Svevo

LA PSICOANALISI

La psicoanalisi nacque grazie agli studi avviati da Jean Martin Charcot sull’isteria e continuati da Sigmund Freud. 

Alla fine dell’800, vi fu uno sviluppo delle metodologie psichiatriche che, in precedenza, erano basate su prassi mediche ad oggi considerate poco ortodosse, come i bagni nel ghiaccio, la lobotomia e l’uso continuo di psicofarmaci e sedativi. In questo contesto di cambiamento, Freud si fece notare come uno studioso d’avanguardia e propose di curare i malati psichiatrici attraverso l’uso della parola. Memore dell’esperienza con Jean Charcot, medico specializzato nel metodo ipnotico, che utilizzava per curare i suoi pazienti affetti da isteria, andando ad operare non sul corpo, che manifestava soltanto una sintomatologia fisica, ma sulla mente, vera custode del conflitto psicologico, Freud ebbe un’illuminazione fondamentale: egli comprese l’importanza e la forza della psiche e, in particolare, dell’inconscio. Per questo, decise di sviluppare un metodo psicoanalitico volto ad una terapia che, mettendo il paziente a proprio agio, gli permettesse di entrare in contatto con la sua dimensione più intima. La tecnica delle associazioni libere permetteva allo psicoanalista, che durante la seduta era comodamente adagiato su di un sofà e si posizionava dietro il paziente per non metterlo in soggezione, di acquisire informazioni importanti per la comprensione della vita psichica del malato. 

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Lo psicoanalista si accorse che i suoi pazienti, i quali si recavano presso il suo studio circa tre volte a settimana, erano soliti anche raccontargli i loro sogni: ciò permise a Freud di delineare un approccio simbolico, anche grazie alla comparazione delle esperienze oniriche sottoposte dai suoi pazienti.  Nel 1899 scrisse L’interpretazione dei sogni.

Nel frattempo, collaborò con lo psichiatra svedese Breuer, specializzato nella cura dell’isteria sempre attraverso l’ipnosi, proprio come Charcot. Proprio presso Breuer, Freud conobbe la nota Anna O: questa paziente si era infatuata del suo analista e, per questo, Breuer decise di trasferirla in cura presso Freud. Grazie all’innamoramento di Anna O., egli scoprì un meccanismo fondamentale nella psicoanalisi, il transfert: un meccanismo mentale per il quale un individuo tende a traslare schemi mentali relativi a sentimenti ed emozioni da una relazione significante precedente, dunque già trascorsa, ad una persona coinvolta in una relazione interpersonale presente. Il transfert si rivelerà fondamentale per la terapia psicoanalitica freudiana poiché, in questo modo, il paziente, acquisita la giusta fiducia nel proprio terapeuta, sarà in grado di avviare il processo di guarigione, grazie ad un’interpretazione graduale dei suoi disturbi da parte dell’analista in questione. 

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Freud iniziò a ottenere numerosi successi: si dedicava moltissimi ai suoi studi e tra sedute psicoanalitiche, università, ricerche e interpretazioni, la sua vita era divenuta molto caotica, al punto che arrivò a diventare dipendente dalla cocaina. Egli fumava moltissimo a causa dello stress e si nutriva in modo inadeguato, oltre ad avere problemi di respirazione a causa delle narici d’argento che aveva dovuto introdurre nel naso, deturpato dall’assunzione della droga. Ciò nonostante morì  di tumore all’età di 82 anni.

LA TEORIA DI FREUD

La teoria psicoanalitica di Freud è detta empirica in quanto nacque dalla pratica. Freud ha, infatti, elaborato i suoi studi in base alle informazioni raccolte durante le sedute. Verso la fine della sua carriera egli cercò di spiegare in modo più scientifico la sua teoria, ma essa rimase comunque molto teorica e i suoi studi scientifici restarono soltanto abbozzati nel Progetto di una futura psicologia, bruciato, insieme ad alcune sue opere, per ordine di Hitler nella piazza di Berlino. Ancora oggi non ci sono prove scientifiche che dimostri con efficacia la valenza della terapia psicoanalitica freudiana.

Gli studi di Freud si concentrarono sulle pulsioni, sulle strutture e le istanze psichiche, sui meccanismi di difesa dell’Io, sullo sviluppo psicosessuale e sulla tipologia adulta e il dinamismo intrapsichico. Tra questi argomenti, è importante sottolineare la sua teoria delle strutture e istanze psichiche.

Secondo Freud l’uomo possiede tre strutture psichiche e tre istanze psichiche: le prime sono elementi che formano la psiche umana, mentre le seconde ne rappresentano l’aspetto prevalentemente dinamico. 

Le strutture psichiche sono: Inconscio, Preconscio e Conscio. 

  • L’Inconscio è la parte più profonda e vera della nostra personalità, ma anche la più irrazionale, inaccessibile e misteriosa che non comunica con noi, ma si manifesta durante le sedute di terapia, grazie alla tecnica delle associazioni libere, con gli atti mancati, nei sogni simbolici e attraverso i sintomi.
  • Il Preconscio è una struttura intermedia tra l’inconscio e il conscio. Esso è una sorta di “anticamera della coscienza”, dove sostano per anni degli elementi che, fino a quando nella vita reale avvengono le condizioni appropriate e favorevoli per renderli consci, restano latenti. 
  • Il Conscio, ovvero la nostra coscienza, quella struttura che contiene tutti gli elementi di cui siamo consapevoli, ossia i pensieri, i desideri, i ricordi, i sentimenti e le aspettative.

Le istanze psichiche sono: Es, Io e Superio.

  • Es (id): è la sede degli istinti primari e delle pulsioni, non conosce la distinzione fra bene e male, fra ciò che è morale e ciò che è immorale ed è animata dall’Eros e dal Thanatos. Le pulsioni dell’Eros non sono solo di natura sessuale, ma anche di autoconservazione, mentre quelle del Thanatos, pulsioni di morte, sono rivolte verso l’esterno e il soggetto stesso.
  • Io (ego)rappresenta l’elemento più importante del nostro equilibrio psicologico. Esso deve fare da mediatore tra l’Es, centro delle pulsioni e il Superio, la cosiddetta coscienza morale.
  • Superio: è la nostra coscienza morale, che dipende dall’educazione famigliare e dalle esperienze infantili. Il Superio è una sorta di “Grillo parlante”, una vocina interiore che regola le nostre azioni comportamentali grazie ai valori.  All’interno del Superio si sviluppa un’altra istanza detta Ideale dell’Io, che riguarda l’insieme delle nostre aspirazioni ideali, di solito sviluppate grazie a dei modelli di riferimento.

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ITALO SVEVO E LA PSICOANALISI

Dopo questa breve e chiaramente riduttiva introduzione alla psicoanalisi, è giunto il momento di riflettere sull’influenza della teoria freudiana in Italia, in particolare, come si evince dal titolo del mio articolo, presso la città di Trieste, focalizzandosi su un letterato molto importante, seppur poco stimato dai suoi contemporanei: Italo Svevo. 

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L’incontro culturale di Svevo con la psicoanalisi fu significativo: egli non conobbe Freud di persona, ma lesse molte sue opere, come testimoniò lui stesso nel Soggiorno londinese, dove dichiarò di essersi approcciato alla teoria psicoanalitica intorno al 1910. Egli tradusse Il sogno e lesse La psicopatologia della vita quotidiana Il motto di spirito.  

Si deve ricordare che, visto il particolare periodo storico, la psicoanalisi in Italia si era diffusa parzialmente, ma a Trieste, capitale mitteleuropea, aveva attecchito molto di più, anche grazie alla diffusione effettuata dallo psicoanalista Edoardo Weiss, che aveva frequentato Freud presso i salotti di Vienna.

Tornando a Svevo, il suo rapporto con la psicoanalisi  fu piuttosto complicato: egli non credeva che fosse efficace questo metodo di indagine psichica, probabilmente per l’inefficacia della cura subìta dal cognato Bruno Veneziani, tuttavia  aveva approfondito la psicologia e gli studi di quel periodo, come le ricerche di Charcot. La sua frequentazione con Steckel, fondatore della Prima società psicoanalitica a Vienna, risalente al 1907, forse identificabile con il Dottor S. della Coscienza – e non, come molti erroneamente pensano, con il Dottor Sigmund Freud – portò Svevo a ritenere la psicoanalisi uno straordinario strumento di ricerca e autoesplorazione di sé, ma non una terapia per curare dei malati, come si evince anche dalla conclusione della Coscienza di Zeno.  

LA COSCIENZA DI ZENO

L’influenza della teoria freudiana si ritrova nel trittico Una vitaSenilità e, ovviamente, nella Coscienza di Zeno. In quest’ultima opera, la rilevanza della psicoanalisi è lampante: Zeno Cosini, inetto e nevrotico, decide di interrompere la cura presso il dottor S., uno psicoanalista deontologicamente non corretto che, nel momento in cui il suo paziente decide di sospendere la sua cura, pubblica il suo taccuino degli appunti.

Il titolo della Coscienza, che già nelle prime pagine si apre con una chiara denuncia al metodo psicoanalitico, ha una doppia lettura: la coscienza, da una parte può essere identificata con la consapevolezza, da parte di un qualsiasi individuo, dei propri comportamenti e delle proprie motivazioni, dall’altra come una “cattiva coscienza”, caratterizzata, nello specifico, proprio dalle auto-giustificazioni che Zeno, protagonista contraddittorio e scisso, si dà durante il corso di tutto il romanzo.

Il tempo misto con il quale è scritta l’opera, ricca di simboli, come la sigaretta, il padre – altro tema approfondito moltissimo da Freud, anche parlando del Complesso di Edipo o della Prima scena genitoriale – sembra proprio tentare di riprodurre il movimento di una coscienza, anche grazie ai suoi flussi, caratterizzati da alcuni momenti di epifania, seppur nevrotica. Il romanzo, di otto capitoli, dopo la prefazione del dottore, si apre con un preambolo di Zeno-paziente, che afferma di non fidarsi del suo terapeuta: appare chiaro come, riprendendo il discorso da me effettuato in precedenza, non si sia creato tra il Dottor S. e Zeno il così fondamentale transfert psicologico, ma un controtransfert, un meccanismo che è caratterizzato dall’odio e dalla disistima del paziente verso lo psicoanalista. Addirittura, Zeno ammette di essersi comportato come un paziente assolutamente “ribelle”, in quanto ha deciso di sabotare lui stesso le sedute di psicoanalisi, raccontando esperienze oniriche di cui non era stato protagonista, ma tanto meno comparsa. Zeno, personaggio malato, scarica la sua nevrosi attraverso il fumo, simbolo del suo rapporto complicato con il padre, uomo dal cipiglio aggressivo in gioventù, ma mite da anziano. 

Il fumo, l’ultima sigaretta che non è mai l’ultima, ma che diventa semplicemente il simbolo di un disagio esistenziale, la morte del padre che pare voluta, ma che forse, in realtà è non voluta, delineano Zeno come il prototipo di un paziente che ha bisogno di essere psicoanalizzato, che ha la forte necessità di guarire dal suo “male di vivere”. 

Nonostante gli stia stato diagnosticato un complesso di Edipo bloccato alla fase adolescenziale dello sviluppo, Zeno decide di curarsi da sé, cercando di dimenticare i suoi problemi, un po’ come fa lo struzzo che, per paura, nasconde la testa sotto la sabbia, e di salvarsi attraverso la formazione di un’associazione commerciale.  Egli, grazie ad alcuni buoni investimenti,  si convince di essere guarito e di non avere più bisogno della terapia la quale gli sottrae del tempo utile.

In conclusione, Zeno rivaluta il concetto di malattia sostenendo che tutti gli uomini sono malati, la differenza sta nel prenderne consapevolezza. Secondo il suo parere, per poter guarire è necessario che un uomo salga sul punto più alto del mondo e sganci una bomba che distrugga tutto, così da permettere agli uomini di ripartire da zero.

La malattia, allora, altro non è se non un espediente per conoscere se stessi, una condizione privilegiata che permette al “malato”, che in realtà è soltanto un uomo, di conoscersi, penetrando nell’intima realtà del mondo, filtrata dalla sua coscienza.  L’essere considerato malato, in realtà, è predisposto all’introspezione e può, in virtù della sua condizione, conoscere i meandri più cupi del suo animo.

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Rosa e Carolina Agazzi

La pedagogia contemporanea italiana ha dato un grande contributo all’educazione dell’infanzia, in particolare proprio grazie alle teorie educative delle sorelle Agazzi e della dott.ssa e filosofa Maria Montessori. Le sorelle Rosa e Carolina Agazzi, insieme a Maria Montessori, hanno realizzato una rivoluzione pedagogica e sono riuscite a superare l’aridità ed il verbalismo del giardino froebeliano di fine Ottocento.

Rosa e Carolina Agazzi erano originarie di Cremona, due sorelle umili, provenienti da una famiglia modesta e caratterizzate da due personalità molto diverse. Entrambe studiarono all’Istituto magistrale e, dopo aver conseguito il diploma, si dedicarono all’insegnamento presso la scuola materna. La loro prima esperienza fu scioccante: l’ambiente in cui si trovava la scuola materna, una vecchia stalla malconcia, non era assolutamente adatto ai bambini che, purtroppo, erano costretti a frequentare un ambiente squallido e sporco, sicuramente molto diverso rispetto alle nostre scuole materne che profumano di mamme e borotalco! Le sorelle, interessate al rinnovamento pedagogico, decisero di frequentare un corso di maestre giardiniere, per poi essere inserite nei giardini froebeliani. Nei Kindergarten esse sostituirono i materiali froebeliani con gli esercizi di vita pratica, esaltando così la spontaneità e la vivacità dell’infanzia. Nel 1989, le due sorelle esposero il loro metodo presso il Congresso pedagogico nazionale di Torino e, nel 1906, Carolina Agazzi pubblicò l’opera Consigli alle mamme: in essa descrisse la sua esperienza presso la scuola materna di Mompiano e suggerì alle mamme di seguire il modello educativo del moderno partenariato. Nel 1910 le sorelle Agazzi furono invitate a Trieste per insegnare il “nuovo metodo italiano”, esso era caratterizzato dalla cura per l’igiene, dalla preparazione del personale e si fondava sull’importanza del gioco all’aperto e della cura verso il giardino. Si profilava, proprio in quel periodo, una nuova scuola che, come vediamo, è molto simile alle scuole materne attuali. Infine, quando le sorelle Agazzi andarono in pensione, si dedicarono alla diffusione della scuola materna in tutta Italia, essa fu anche elogiata dallo stesso Lombardo Radice.

Caratteristiche della scuola materna

Il nuovo asilo d’infanzia fu definito dalle sorelle “scuola materna” perché voleva ispirarsi ad un ambiente familiare modello, ordinato e pulito. La scuola materna è una scuola perché permette di apprendere, ma rifiuta lo scolasticismo: si agisce, si parla, si prepara la tavola, si canta e si vive come in famiglia. L’aggettivo “materna” sottolinea l’atteggiamento affettuoso della maestra, ma soprattutto l’indirizzo naturale adottato. Nella scuola materna prevalgono gli esercizi di vita pratica e le attività di carattere estetico.  Il materiale didattico è vario: basandosi sull’abitudine del bambino di raccogliere nelle sue tasche oggetti insignificanti come i sassolini, le sorelle edificano il “museo delle cianfrusaglie”. Un’attività tipica della scuola materna è il giardinaggio, in quanto è importante occupare i bambini in un lavoro utile e all’aria aperta, dar loro la soddisfazione di vedere nascere il frutto del loro lavoro, istruirli sul ciclo delle stagioni ed educarli al senso della proprietà e della responsabilità.

Il metodo Agazzi è educativo nei confronti di tutti gli aspetti della personalità:

  • Educazione del sentimento caratterizzata da poesie e racconti;
  • educazione morale curata grazie all’apprendimento delle abitudini di ordine e pulizia e con racconti e scenette educative;
  • educazione religiosa realizzata attraverso la conversazione sulle ricorrenze religiose dell’anno, per mezzo di brevi preghiere;
  • educazione fisica curata con la pratica delle norme igieniche e con esercizi ritmici, con il gioco aperto, con la ripetizione mimica di gesti connessi con determinati lavori.

Il metodo delle Agazzi nasce dalla pratica, non si basa su una teoria filosofica e nemmeno sulla conoscenza psicologica scientifica, ma è nutrito di buon senso e quotidianità.

Come direbbe Don Bosco: “L’educazione è cosa del cuore“.

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L’attivismo pedagogico: Maria Montessori

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Questa sera voglio presentarvi una dottoressa e filosofa che apprezzo veramente tanto e che, ancora oggi, rappresenta un punto di arrivo e di partenza per ogni istanza educativa nascente e pregressa.  Di chi mai potrei parlare? Certamente di Maria Montessori, quella simpatica signora che, sulle banconote delle 1000 lire, sorrideva sapientemente a tutti i bambini e agli stessi adulti. Certamente, avrete letto su tutti i giornali che proprio il Royal Baby George sarà educato con il famosissimo metodo montessoriano. Ebbene, quale occasione migliore per rendere il dovuto e meritato omaggio alla mia pedagogista preferita?  Insomma, come si suol dire, “bando alle ciance”!

Maria_MontessoriMaria Montessori era originaria di Chiaravalle, ma trascorse la sua infanzia a Roma, insieme alla sua famiglia. Fin da subito, gli interessi della ragazza si indirizzarono verso le discipline scientifiche e matematiche e, proprio per questo, decise di iscriversi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Roma causando parecchi scandali. Sin da allora Maria Montessori si fece riconoscere per la sua forza, la sua immensa cultura ed il suo senno così pronunciato, proprio quella ragionevolezza che, poco dopo, caratterizzerà il suo impianto pedagogico. Nel 1898, infatti, dopo una esperienza come assistente presso la clinica psichiatrica dell’Università di Roma, Maria Montessori , che in quel periodo si era occupata della gestione e del monitoraggio di bambini affetti da deficit, definiti dunque “anormali”, espose i risultati della sua indagine al primo Congresso pedagogico italiano.  La dottoressa, rifacendosi agli studi dei medici Itard e Seguin, sostenne infatti che,  nel trattare la disabilità infantile, fosse necessario un intervento educativo e non soltanto prettamente medico, per poter agire, in tale modo, modificando complessivamente la personalità del soggetto affetto da disturbi.

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Animata da tale intento educativo e, indubbiamente, da una grande passione, proprio il  6 gennaio 1907, in via dei Marsi, nel quartiere di San Lorenzo, Maria Montessori aprì la sua prima Casa dei Bambini. Tale struttura è assolutamente innovativa e si caratterizza come un luogo di custodia, ma anche stimolante e ricca di novità.  Tutto l’ambiente è costruito seguendo il filone della psicologia dello sviluppo ed è finalizzato a potenziare e rieducare il bambino. Tale idea, che ad oggi può sembrare banale, forse anche scontata, vi assicuro che, per l’epoca, ha rappresentato un punto di vera e propria svolta! Secondo la Montessori, l’equivoco di fondo della pedagogia scientifica è di cedere all’illusione che l’osservazione obiettiva e la misurazione psicofisica bastino a edificare una nuova scuola e un’educazione rinnovata. In realtà, però, tali strumenti di misurazione non riescono a riscoprire il bambino nella sua autenticità ed essa, che definirei quasi una specie di luccicanza, difficilmente è in grado di emergere nei laboratori o a scuola, ma richiede, per manifestarsi, un ambiente predisposto e, come si suol dire, “a misura di bambino”. 

Non è la scienza a poter edificare una scuola nuova, ma è il rinnovamento della vita scolastica, finalizzato alla libertà dell’alunno, che pone le basi per una nuova scienza dell’infanzia, dice l’autrice.  Quanto è vero? Quanto è attuale? Non voglio essere retorica, ma in un secolo così buio per il mondo della scuola, leggere questi pensieri mi scalda letteralmente il cuore.  Per giungere alla pedagogia scientifica, infatti, è necessario passare attraverso una pedagogia della liberazione o della normalizzazione, che sveli il bambino segreto.

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La filosofia montessoriana: l’embrione spirituale e le nebule

Dagli studi della Montessori emerge il profilo psicologico di un bambino concentrato, disciplinato, calmo, impegnato nel suo lavoro capace di conquistare le capacità di lettura e scrittura. Tutto ciò, soprattutto applicato ad un’epoca frenetica ed alienante come la nostra pare impossibile, invece non lo è!  Infatti, sottraendo il bambino alle influenze negative dell’adulto e collocandolo in un ambiente adatto, costruito in ragione delle sue possibilità d’azione, si rivela l’autentica natura dell’infanzia, caratterizzata da una straordinaria creatività e da svariate potenzialità di sviluppo. Il bambino è psichico,  non deve essere custodito semplicemente all’asilo, ma avere uno spazio per liberare le proprie potenzialità creative importanti nella costruzione della personalità. La Montessori sottolinea l’importanza di una scuola istituzionalmente riservata all’infanzia e alla sua prima educazione.

Il bambino, secondo la Montessori, è un embrione spirituale, un centro di potenzialità non predeterminato negli esiti della sua evoluzione che, nonostante i fattori ereditari, può essere considerato come il creatore di se stesso, ovvero il depositario di una propria irripetibile originalità.  L’embrione spirituale esprime l’energia vitale del bambino, il nucleo originario del disegno ideale della sua distintività individuale. La Montessori esclude il pre-formismo e il determinismo ambientale e sostiene che ogni individuo abbia il diritto di essere se stesso nella sua originalità; l’uomo a differenza dell’animale ha un proprio spirito creatore che ne fa un’opera d’arte della natura.

L’energia vitale dell’embrione spirituale perviene al suo dispiegamento e al suo sviluppo, proprio grazie alle sollecitazioni che riceve da centri di sensitività specializzati, detti spinte nebulose. Tali spinte conducono il bambino ad assorbire dall’ambiente i contenuti fondamentali per la crescita, abbiamo infatti le nebule del linguaggio, del costume, etc. La Montessori non intende solo sostenere la necessità di liberare le energie potenziali del bambino, ma vuole favorire il potenziamento attraverso un’educazione precoce che offra al bambino gli stimoli e i materiali richiesti dalle stesse leggi dello sviluppo. L’educazione prescolastica non si configura, infatti, come un’opzione pedagogica o sociale, ma si impone come una necessità dettata dalla conoscenza scientifica della psicologia infantile.

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Il metodo Montessori: normalizzazione psichica e sviluppo sensoriale

Il metodo montessoriano dell’educazione pre-scolastica è incentrato su tre elementi: l’ambiente speciale della casa, costruita a misura di bambino, il materiale scientifico e la maestra umile

Il bambino vive, in questo periodo, alcune fasi di sviluppo: egli, fino al compimento del terzo anno di età, è dotato di una mente assorbente che assimila inconsciamente e in modo selettivo i dati con i quali si rapporta all’ambiente. Nel primo periodo della sua vita, dunque, il bambino è creativo e ricco di stimoli nuovi. Questo periodo è molto importante poiché precede la seconda fase dello sviluppo, quella che porrà le basi verso la mente scientifica. Infatti, dal terzo anno di vita, il bambino inizia ad essere maggiormente cosciente e a operare su sollecitazione delle spinte nebulose nei tempi fissati dai periodi sensitivi. Ed è proprio in questo momento che  si impone l’introduzione di un materiale scientificamente studiato, capace di offrire al bambino l’alfabeto dell’organizzazione logica dei suoi contenuti mentali. Quante volte ci lamentiamo dei bambini? Quante volte pensiamo “Quel bambino è troppo vivace!”, o peggio “Che peste!”? Troppe. In realtà, secondo la pedagogista, tramite un ambiente predisposto ed un materiale scientifico, il bambino potrebbe indirizzare al meglio i suoi stimoli ed impulsi, lavorando, già in tenerà età, per se stesso e migliorando da sé il suo stesso sviluppo.  Si avvia, dunque, una sorta di processo di normalizzazione che rende i bambini concentrati, attenti e per nulla pigri: essi,  in presenza di un ambiente adatto, si convertono attraverso la concentrazione sul proprio materiale, e con un comportamento del tutto nuovo e inaspettato, caratterizzato dalla ripetizione dell’esercizio, apprendono la cura dell’ordine e il lavoro severo.

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Infine, è giusto sottolineare come la pedagogia montessoriana si configuri come una clinica didattica e, allo stesso tempo, come un laboratorio di psicologia capace di rivelare all’educatrice la natura più profonda e vera del mondo psichico dell’infanzia. L’educatrice, in ultima istanza, deve assumere un atteggiamento di grande umiltà, di rispetto per il dispiegarsi dello sviluppo del bambino e di rigorosa registrazione dei comportamenti che si manifestano sotto i suoi occhi.

«Religiosi e liberi nelle loro operazioni intellettuali e nel lavoro che il nostro metodo offre, i piccoli si mostrano spiriti forti, robusti eccezionalmente; come sono robusti i corpicciuoli di fanciulli ben nutriti e puliti. Crescendo in tal guisa non hanno né timidezza, né paura.»

Questa maturità non s’ha da fare. Ricordi di una lontana estate del 2013.

Oggi, mentre studiavo, ho ripensato alla mia “Maturità”, a quell’esame che, ormai tre anni fa, mi ha permesso di ottenere il diploma e di iniziare la mia carriera universitaria. O forse, semplicemente, a quella tappa che ha segnato la fine di un percorso iniziato da adolescente e concluso da matura (anche se, francamente, ho qualche dubbio sulla mia età mentale e sono certa soltanto della mia età cronologica, ad onore di Binet e Simon).

Sfogliamo insieme le pagine di questo diario virtuale…

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19 giugno 2013, Prima prova di maturità

Oggi è il grande giorno: dopo una settimana di ripasso a perdifiato finalmente l’esame. Non sapevo proprio cosa mi aspettava quando, alle otto del mattino, mi sono presentata davanti alla sede del mio Liceo. Ero nervosa, emozionata, mentre la mia testa era tutta ingarbugliata da nozioni e date di nascita e morte dei più famosi poeti italiani. Entrata a scuola, ho scelto di sedermi in primo banco, vicina ad un ottimo compagno di viaggio: un ventilatore che durante tutta la prova mi è stato accanto, alleviando il caldo e l’ansia che mi attanagliavano. Alle otto e trenta è iniziato tutto; viste le prove ho avuto la tipica reazione della studentessa diciannovenne in preda ad una crisi mistica: mi ripetevo infastidita «non mi piace niente!». Eppure, la mia traccia da seguire l’ho trovata: dopo aver scartato l’analisi del testo di Magris, nonostante non fosse difficile, mi sono trovata di fronte ad un bivio. Viste le mie conoscenze, ero incerta se scegliere il saggio che riguardava gli omicidi politici oppure quello sull’individuo e la società di massa: ho però deciso di optare per quest’ultimo perché avrei potuto inserire più conoscenze personali. Le sei ore della prima prova  sono state un calvario: scrivere sapendo di dover dare il massimo, di poter compromettere con quella prova l’intero andamento dell’esame, mi ha veramente stremata. Ciò nonostante, ho potuto lasciare il mio banchetto un’ora prima del termine ultimo, con un foglio protocollo spiegazzato e sudato, ma in cui c’era tutta me stessa.

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Durante il pomeriggio, con le mie amiche di sempre, ho ripassato pedagogia per la seconda prova che mi attendeva: da Giulia, dopo una scorpacciata di magnum alla fragola, ho avuto la forza di ripetere qualche nozione chiave relativa alle teorie di alcuni grandi pedagogisti. La pedagogia, materia caratterizzante del mio indirizzo, l’ormai inesistente Liceo Sociopsicopedagogico, mi ha sempre appassionata tantissimo e non ero per niente agitata per la prova che mi attendeva. O, perlomeno, questo credevo… Invece, nella notte che anticipava la mia perfomance di scrittura, non sono riuscita a chiudere occhio. Mi sentivo i nervi a fior di pelle: «e se escono tracce improponibili su autori non trattati?». Continuavo a rigirarmi tra le coperte con gli occhi da triglia per il sonno: ero arrabbiata, nervosa e satura di tutto.

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20 giugno 2013, Seconda prova di maturità

Di nuovo: solito banco, solito ventilatore, solito intasamento del mio cervello, inceppato dalle mille conoscenze. Seduta come un ragazzaccio, appoggiata al muro, l’attesa. Leopardi, nella poesia Il sabato del villaggio, diceva che il piacere fosse frutto dell’attesa: grandissima ca**ta. Nonostante giacessi sulla sedia come un parente di Tutankhamon, dentro mi contorcevo come un’acrobata (ed ho sempre odiato la ginnastica, quindi questo paragone mi costa parecchio). Il tram tram ormai lo conoscevo: si aspetta seduti e in “silenzio”, se così si può definire, fino a quando la professoressa arriva con le prove che ci distribuisce, poi una serie di sguardi, sorrisi e rantoli di dolore. Bene: vedo le quattro tracce a disposizione e, essendo seduta sempre allo stesso posto, sono la prima a cui è concesso tale immenso privilegio; ebbene mi contorco ulteriormente. Su quattro tracce, una è in stile filosofeggiante e nonostante ami profondamento tutto ciò che “filosofeggia”, decido che azzardare e scivolare all’esame di maturità non è il caso. Perciò ripiego su due tracce su cui mi sento sicura: la valutazione e il ruolo del maestro. In particolare, ho apprezzato la scelta di una traccia sul ruolo del maestro da parte del Ministero, poiché sarebbe opportuno ridare il giusto valore ai docenti: sono loro a scoprire il nostro potenziale e a trasmetterci le conoscenze di base per vivere in una società moderna e non in una tribù. Mi dilungo su quanto sia profondo il potere dell’insegnante, talmente tanto che mi sembra di paragonarlo ad un super eroe,  per poi calmarmi e tornare con i piedi per terra: non è il caso di andare fuori tema all’esame, che dite?

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Arrivata a casa, pranzo e mi sento tutta potente: l’adrenalina a mille, tutta emozionata per l’esame, per le prove che effettivamente pensavo fossero brillanti. Poi, il crollo. Penso che forse sarebbe opportuno riposarmi, visto che non ho chiuso occhio, ma alla fine opto per un pomeriggio di divertimento. Nonostante i progetti siano quelli, mi addormento come una vecchia babbiona sul letto alle quattro del pomeriggio e ronfo, a bocca spalancata, fino alle sette. Dopo aver trascorso un pomeriggio da soprano, mi sveglio con un atroce mal di testa e lo stomaco sotto sopra: le mie idee geniali danno sempre i loro frutti.

Da qui in poi: il marasma. Il panico, l’ansia e l’irritabilità estrema, mi conducono in un circolo vizioso: dormo, studio, mangio, mi arrabbio, studio, piango, rido, dormo. Le mie letture extra-scolastiche non aiutano: mi vedo costretta a consultare siti online per studenti disperati che attendono la terza prova, per passare il tempo e soprattutto cercare di rasserenarmi. Il risultato è chiaramente negativo! Invece che tranquillizzarmi e prepararmi con calma, mi trovo a perdere tempo leggendo baggianate su internet, perdendo di vista il mio obiettivo. Ciò nonostante, grazie alle mie manie di perfezionismo, mi ricompongo e decido di impegnare tutta me stessa: devo arrivare a quel tanto agognato 90 e superarlo possibilmente.

Ebbene, passo i miei pomeriggi (perché di mattina mi riserbo il lusso di dormire fino a mezzogiorno) distesa sul letto, in camicia da notte, unta e bisunta a ripetere a gran voce pagine e pagine tratte direttamente dal libro di biologia. Questa materia, in cui sono sempre andata bene peraltro, mi ha sempre richiesto uno sforzo immane di memorizzazione: cosa che detesto.  Ebbene, in tre pomeriggi riesco a ripassare le quattro materie che ipoteticamente saranno in terza prova e la sera prima decido, sentendomi una grande alternativa e ribelle, di concedermi una passeggiatina, non curante di quelle preziose ore, utili per un ulteriore ripasso.

24 giugno 2013, Terza prova di maturità

Non chiudo occhio di nuovo: nella notte mi rigiro nel letto come se fossi stata punta da una tarantola e mi dimeno all’impazzata. Dopo aver trascorso una nottata di fuoco mi alzo con gli occhi da “crazy frog”: i miei occhioni di solito segnati di nero, al momento sembrano quelli di un lupo mannaro, tanto sono iniettati di sangue. Ma sono pronta, alla fine basta riuscire a stare in piedi, no? Davanti alla scuola, trepidante, vengo a sapere che per una soffiata una classe sa già le domande della terza prova e “rosico” in modo tanto evidente, da mordermi un’unghia fino a farla sanguinare dal nervoso. Entro a scuola sveglia e irritata (sentimento che è proprio del mio essere) ma, stranamente, quando leggo le domande della prova, non collasso: le so! Abbiamo quattro ore e, all’inizio, decido di rispondere con cura ad ogni domanda: con la precisione di un monaco amanuense, scrivo ogni cosa a matita, la cancello e la ricopio in bella copia.  Dopo aver seguito questo procedimento per rispondere alla prima domanda, mi rompo, prevedibilmente, le scatole e inizio a scrivere tutto in fretta e furia, pensando «basta! basta! voglio uscire da qua!». Il mio foglio ha alcune cancellature, non è immacolato e soprattutto mi rappresenta: non sono una tutta precisina che si fa mille pensieri su ogni cosa, sono impetuosa e rispondo d’istinto (avvalendomi delle mie conoscenze).

Nonostante le ore a mia disposizione non siano terminate, consegno alle 11.34: questo numero ancora aleggia nei miei ricordi perché, prima di consegnare, ho dovuto scrivere l’ora e firmare. Un palpito, un batticuore, un sorriso: le prove scritte sono finite! Una liberazione immensa, un battito d’ala che si innalza fino all’infinito: mi sento come se fossi una farfalla leggera… per ben dieci minuti. Tornata alla realtà, mi rendo conto che ho ancora un orale da fare, ma che sono comunque a un passo dalla libertà.

La lettera estratta? Non è la mia, per fortuna. Ho la possibilità di prepararmi fino al 29 giugno e mi sento super-mega-iper-fortunata. Non dico di aver pregato di non essere il primo giorno, perché prima di tutto non prego e, soprattutto, anche se fossi capitata proprio in quella data, non avrei certo potuto tirarmi indietro; ma svolgere il mio orale nel giorno che speravo è già un ottimo stimolo per impegnarmi al massimo.

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Alla sera vengo a sapere che i risultati delle prove sono stati affissi alle porte della scuola: nonostante mi stessi dirigendo a scuola a gran velocità, la mia adorata compagna di banco anticipa la rapidità dei mezzi di trasporto grazie a quelli di comunicazione. Con un SMS mi informa del mio punteggio complessivo di 43/45. Un battito, strabuzzo gli occhi, rileggo il messaggio, i pixel sembrano sgranarsi… no, non è possibile! Sono felicissima. Sorrido e mi addormento serena: l’orale è solo un lontano ricordo.

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