#Diario: petali di musica

Il mio rapporto con la musica è sempre stato strano ed è sempre andato di pari passo con l’amore, le mie emozioni e il colore dei miei capelli.

Come tutte le bambine, ho conosciuto la musica cantando le sigle dei cartoni animati, degli anime si direbbe oggi, d’altra parte fa più mainstream. Adoravo cantare e pensavo anche di esserne capace: mi cimentavo nelle sigle più audaci, come quella dei Cavalieri dello Zodiaco e addirittura di Lupin. E, mentre fantasticavo sui capelli di Sirio il Dragone, oppure sognavo di diventare la groupie ufficiale dei Bee Hive e di fidanzarmi con Satomi, caricavo sul mio mp3 bianco della Sony un sacco di sigle improbabili.

Crescendo, oltre alle sigle, ho arricchito il mio repertorio con la musica del momento: nel 2005, quando ero alle scuole medie, esistevano due schieramenti: la musica emo e quella tektonic. Io rientravo nella categoria degli 3m0 (aka “emo”, scritto appositamente secondo questa grafia alla Netlog) perché, oltre ai capelli lunghi, al ciuffo, alla riga di eyeliner spessa quanto quella delle strisce pedonali (che porto ancora), ne apprezzavo la musica. Nonostante questa musica possa essere considerata, dagli intenditori, ma anche dalle persone cosiddette normali, un vero e proprio ciarpame, a me piaceva. Faccio outing: ascolto ancora i Something Corporate e non lo nascondo.

Con il primo amore giovanile, adolescenziale direi, se devo essere precisa, si sono aggiunte alla mia playlist del cuore alcune canzoni terribilmente anni Ottanta, insieme a gruppi glam e heavy metal. Nel frattempo, da sola, ho iniziato a coltivare uno strano interesse per la musica metal, non pesante, non ascoltavo di certo i Cannibal Corpse, ma principalmente per quella gotica e sinfonica. Tra le mie canzoni preferite, risalente all’estate del 2008, quando la cantavo con la mia migliore amica, c’è sicuramente She is my Sin dei Nightwish.

A sin for him
Desire within, Desire within
A burning veil
For the bride too dear for him
A sin for him
Desire within, Desire within
Fall in love with your deep dark sin

Sono passati gli anni del Liceo, volati, stracciati, appallottolati. Le note musicali hanno seguito i cambi repentini di colore dei miei capelli (che di solito si accompagnavano anche al cambio del “fidanzato” di turno), in ordine: biondo, arancione, rosso lampione, nero, nero blu, nero viola, nero, nero, nero, e ancora nero. E, insieme, i vestiti e gli accessori (inutili): la borsa leopardata grande come quella di Mary Poppins, che mi faceva sentire sempre pronta per scappare e non mi ricordava che mi trovassi, in realtà, tra i banchi di scuola; gli orecchini pendenti che mi inclinavano la testa a causa del loro peso e tintinnavano durante le lezioni, mentre con le unghie affilate scrivevo su fogli rosa e azzurri (ma riuscivo anche ad aprire le scatolette e le lattine). Le chincaglierie, le collane color arcobaleno, i chocker, le Vans con i cuoricini, le ciliegie, i quadretti, la kefiah e chi ne ha più ne metta. 

Adesso, col senno del poi (il mitico), mi dico da sola: mi sono ricoperta di str**zate per sentirmi meglio con me stessa, ma a volte le str**zate, insieme alla musica, a quelle grida massacranti che ti tartassano il cervello, servono a qualcosa. E, ogni tanto, le urla strazianti riescono a nascondere, anche se per pochi secondi, i sentimenti, primo tra tutti il dolore, quello che ti spappola il cuore in mille pezzi e ti fa pensare di non farcela più. Quella sofferenza che soltanto la rabbia, profonda, intima, può farti dimenticare.

Quanti stili, quante scelte, quanti improvvisi cambi di rotta, soltanto per sentirmi accettata da qualcosa o da qualcuno. E il colore di capelli, per piacere di più, e i chili di troppo (sempre presenti) sottoposti a sapienti (o incoscienti) diete per sembrare più magra, ergo più bella, ergo più accettabile e socialmente desiderabile. E la musica, in tutto questo, mi accompagnava lasciando una scia dietro di me, un insieme di canzoni che, nel bene o nel male, sono come dei post-it sulle pagine del libro che stiamo leggendo.

Alla ricerca spasmodica di un’identità, non una qualsiasi, la mia, mi sono imbattuta nell’ennesima relazione, questa volta “sicura” e “confortevole”. Come dicevo: amore, musica e capelli. In terza superiore, nel 2010, il ciuffo, che ormai non andava più di moda, è stato accorciato e si è trasformato in una frangetta, i capelli, da rosso lampione, sono diventati neri, perché “Stai meglio così, ti preferisco mora“. Anche la musica, conseguentemente, è cambiata: ho sempre mantenuto le mie inclinazioni, ma ho aggiunto un ulteriore tassello, che probabilmente da sola non avrei mai incluso. La musica RAP. Non amo il RAP, non per natura, ma l’ho ascoltato per cinque anni (NDR) e lo ascolto, a volte. Cerco, anche in questa musica, di cui non apprezzo le tematiche (perché non le sento “mie”), la rabbia: gli insulti, la cattiveria, le bestemmie (velate o meno), gli sputi verso il cielo, mi attirano, sono uno sfogo, quello che nella vita non mi concedo e permetto. La violenza di quelle parole graffianti, che a volte mi sembrano denotare ignoranza piuttosto che  genio, la ritrovo in certi pezzi growl del metal, e allora la apprezzo. Ciò che fa male, si ama, quasi sempre.

Mi guardo allo specchio e realizzo che non vedrò il giorno in cui mi vedrò vecchio
per questo non perdo mai un momento, guarda le cose che sto facendo
fumo scrivendo di quello che vivo, mentre convivo col male che ho dentro.

(NSP – All time high)

Alla ricerca di uno sfogo, di cose forti, di musica, ho sempre ripudiato la musica classica, ma mi sono avvicinata alla musica italiana e ai cantautori. Tra i tanti nomi che mi hanno sempre incantata e fatta riflettere ci sono Battiato, Guccini, Battisti e Venditti. Ho alternato la sigla di Arale, Inis Mona degli Eluveitie, Se morissi lunedì di Babaman e Bassi, ai testi impegnati.

Supererò le correnti gravitazionali,
Lo spazio e la luce
Per non farti invecchiare
E guarirai da tutte le malattie,
Perché sei un essere speciale,
Ed io, avrò cura di te.

(Battiato – La cura)

In ognuno di noi c’è un’emotività, una dolcezza, un bisogno di amore e reciprocità, ma ci sono anche tanto dolore, angoscia, agonia, sofferenza e rabbia. Quella rabbia che, nascosta sotto il tappeto, non mi permetto quasi mai di “tirare fuori”, soffocata dalla mia razionalità. E allora l’evasione con la musica, il tentativo di cambiamento a partire dai capelli quando, in realtà, oltre a bruciarmi i bulbi piliferi, dovrei pensare a come amare me stessa piuttosto che a come farmi amare dagli altri.

Qui ed ora. Siamo nel 2017, e sono passati dieci fott**ti anni. La musica che ascolto dice realmente chi sono? Forse. 

Una bambina dai capelli castani che è dovuta crescere troppo in fretta, e che ha bisogno di riascoltare le canzoni della sua infanzia per sorridere, che cerca sempre il contatto con i più piccoli, che vuole le coccole e l’affetto di una mano sicura che le dia un pizzicotto sulla guancia.

Un’adolescente dalla chioma nero corvino incantata dinanzi alla bellezza, ai pizzi, ai merletti, all’Amore vero, quello con la A maiuscola, l’Amore di Catherine e Heatcliff, quel sentimento folle che può sopportare ogni cosa e che è tanto forte da far vibrare il cuore degli amanti con la stessa forza con cui trema la casetta di Dorothy quando l’uragano la solleva da terra e la porta nel Magico Mondo di Oz.

Una ragazza arrabbiata con il mondo, con le ingiustizie, e che è talmente presa da tutto ciò che la circonda da non avere neanche il tempo per scuotere la sua “testa rossa” e ammetterlo. Quella ragazza strana che ritrova nella musica il momento di evasione, di catarsi, di tragedia, che non si concede quasi mai. 

Una donna, questa volta bionda, che ascolta Battiato, ma sa di avere nella playlist della sua vita un sacco di canzoni, da Al Bano e Romina a Tom Jones. Una donna che è castana, rossa, nera, ma anche bionda, e lo rimarrà per sempre. 

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Il palloncino rosso

Vorrei scrivere bene, ma non riesco. Le parole si ingarbugliano, i concetti si annebbiano e gli occhi si riempiono di lacrime.

Oggi ci siamo visti. Mi hai vista. Ti ho visto. Non un tentennamento, non uno scatto, neanche un leggero fremito delle spalle o una smorfia di imbarazzo. Niente. Il nulla cosmico, solo un caffè alla macchinetta, il tuo, mentre il sole scaldava le spalle, le mie, e tu le tue le voltavi ancora una volta.

Eppure quando mi sveglio, tutta arrotolata tra le coperte come una piadina, quando mi trucco e mi guardo struccata allo specchio, con la faccia “sfatta”, come dicevi tu, quando sono in treno e mi perdo tra le nuvole, quei cirri candidi che mi fanno venire soltanto voglia di mollare tutto, prendere un palloncino rosso, aggrapparmi al suo filo e volare via da qui, quando fumo una sigaretta (una di quelle che non dovrei fumare o, meglio, una delle tante che non dovrei fumare), quando torno a casa e mi distendo sul letto, quando mi lavo i denti prima di andare a dormire, quando mi corico e rigiro come un crostolo tra le lenzuola raggrinzite, quando sogno, io, nonostante tutto, penso a Te.

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Storia della mia Nemesi

Scrivo questo articolo per condividere un’esperienza speciale: no, non è la “solita” storia d’amore con finale amarognolo (agrodolce, bittersweet, pan di zenzero, all’uvetta e chi ne ha più ne metta!), non è neanche una storia,  in realtà.

Quando mi sono iscritta al Liceo, ho subito realizzato di non essere al mio posto. Ergo, conclusione molto semplice, ero fuori posto. Questo, fondamentalmente (e anche praticamente, velocemente, audacemente, fortemente e speditamente), perché io mi sento sempre fuori posto. Gli avverbi in mente non andrebbero utilizzati in questo modo (così malamente), ma mi concedo questa licenza “internetica” per far comprendere al mondo (mondo, ah! diciamo al minimo bacino di utenza che potrebbe avere accesso a questo mio delirio) come sono (chi sono ancora non lo so, del “come” ho qualche sospetto, presunto, non comprovato).

In quegli anni infelici, in cui le mie uniche preoccupazioni, in ordine di importanza, erano: cerchiarmi gli occhi come un Panda assassino e svaligiare i negozi che vendessero a) vestiti neri; b) cinture borchiate; c) guantini tristissimi con fantasie improbabili o da clochard; ho sempre cercato il mio posto, una sorta di centro di gravità permanente, un’isoletta felice in cui rifugiarmi, una nuvoletta rosa (no, non nera) su cui sedermi e osservare il mondo che tanto odiavo (e che, aggiungerei, non mi accettava. Io volevo accettarlo, ma con l’accetta, non con il potere della comprensione e della bontà).

Ovviamente, prima o poi, era destino che io trovassi il granello di sabbia perfetto su cui appoggiarmi per qualche secondo, in modo tale da costruire una dimora abitabile (precaria, ma confortevole). Nonostante io progettassi di creare un castello fiabesco dalle torri disegnate dall’architetto del maniero di Rapunzel, ho dovuto ridimensionarmi: il mio granello non poteva ospitare tali progetti architettonici, per questo ho dovuto ripiegare su una stanzetta, ma solo mia. E per farlo, visto che non disponevo né di Puffo Inventore, né di chissà quali doti grafiche, ho avuto bisogno di un’Amica tuttofare.

Non vorrei dilungarmi nell’elogiare questa fanciulla algida, altera e insitamente perfida che, da allora, circa otto anni fa, mi accompagna nelle mie avventure: quando cambio la carta da parati, lei c’è, mentre incornicio un nuovo ricordo, lei sbuffa per non farsi fotografare, se provo soltanto ad inondarla di coccole, mi rifila una botta in testa. Insomma, cos’è dopo tutto l’Amicizia?

Per questo, in onore della nostra indissolubile unione, voglio ricordarla così, con una cornice di tutto rispetto appesa sul muro (che anche se si sgretola, c’è sempre, in teoria, almeno spero) della mia cameretta.

Mille volte ci sarebbero stati i motivi per farla finita: a cominciare dall’inizio, quando rifiutavi il mio sincerissimo affetto; ricordo che ci hai messo circa un anno e mezzo per scrivermi (per SMS) un misero “Ti voglio bene”, mentre io mi ero prodigata per diventare la tua Amicotte a suon di tavolette di cioccolato, fiori a San Valentino ( va bene, una volta sola, ma vale!) e altre smancerie. Proseguo ricordando una lotta intestina perché avevi osato rinominare il mio nome in rubrica come “Charlotte”, senza apporre vicino al suddetto un simbolo importantissimo: un cuoricino prova di vera e unica amicizia. Per non parlare dell’irriconoscenza da sempre dimostrata da parte tua nell’attribuirmi il primo posto, il cosiddetto Podio, termine da me utilizzato come prestito di lusso per descrivere una condizione necessaria (e ragion sufficiente) per l’esistenza della nostra fantasmagorica unione amicale. 

Concludo ricordandoti di me, che son la Pia, ah no, un attimo, scherzavo. Concludo rammentandoti di quando hai miseramente e mefiticamente tentato di lasciarmi, col risultato che ho pianto a letto per tre notti e per tre giorni, chiedendo pietà, ma tu, dall’alto della tua malvagità, mi tenevi sulle spine perché “non volevi più stare con me”.

Sono passati tanti anni, ho ancora l’intonaco da sistemare, la stanzetta è sempre più polverosa e, anche se al momento è piena zeppa di fazzoletti umidicci, sono felice che ci sia ancora tu ad asciugarmi il moccolo verde che mi penzola dal naso.

Questa maturità non s’ha da fare. Ricordi di una lontana estate del 2013.

Oggi, mentre studiavo, ho ripensato alla mia “Maturità”, a quell’esame che, ormai tre anni fa, mi ha permesso di ottenere il diploma e di iniziare la mia carriera universitaria. O forse, semplicemente, a quella tappa che ha segnato la fine di un percorso iniziato da adolescente e concluso da matura (anche se, francamente, ho qualche dubbio sulla mia età mentale e sono certa soltanto della mia età cronologica, ad onore di Binet e Simon).

Sfogliamo insieme le pagine di questo diario virtuale…

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19 giugno 2013, Prima prova di maturità

Oggi è il grande giorno: dopo una settimana di ripasso a perdifiato finalmente l’esame. Non sapevo proprio cosa mi aspettava quando, alle otto del mattino, mi sono presentata davanti alla sede del mio Liceo. Ero nervosa, emozionata, mentre la mia testa era tutta ingarbugliata da nozioni e date di nascita e morte dei più famosi poeti italiani. Entrata a scuola, ho scelto di sedermi in primo banco, vicina ad un ottimo compagno di viaggio: un ventilatore che durante tutta la prova mi è stato accanto, alleviando il caldo e l’ansia che mi attanagliavano. Alle otto e trenta è iniziato tutto; viste le prove ho avuto la tipica reazione della studentessa diciannovenne in preda ad una crisi mistica: mi ripetevo infastidita «non mi piace niente!». Eppure, la mia traccia da seguire l’ho trovata: dopo aver scartato l’analisi del testo di Magris, nonostante non fosse difficile, mi sono trovata di fronte ad un bivio. Viste le mie conoscenze, ero incerta se scegliere il saggio che riguardava gli omicidi politici oppure quello sull’individuo e la società di massa: ho però deciso di optare per quest’ultimo perché avrei potuto inserire più conoscenze personali. Le sei ore della prima prova  sono state un calvario: scrivere sapendo di dover dare il massimo, di poter compromettere con quella prova l’intero andamento dell’esame, mi ha veramente stremata. Ciò nonostante, ho potuto lasciare il mio banchetto un’ora prima del termine ultimo, con un foglio protocollo spiegazzato e sudato, ma in cui c’era tutta me stessa.

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Durante il pomeriggio, con le mie amiche di sempre, ho ripassato pedagogia per la seconda prova che mi attendeva: da Giulia, dopo una scorpacciata di magnum alla fragola, ho avuto la forza di ripetere qualche nozione chiave relativa alle teorie di alcuni grandi pedagogisti. La pedagogia, materia caratterizzante del mio indirizzo, l’ormai inesistente Liceo Sociopsicopedagogico, mi ha sempre appassionata tantissimo e non ero per niente agitata per la prova che mi attendeva. O, perlomeno, questo credevo… Invece, nella notte che anticipava la mia perfomance di scrittura, non sono riuscita a chiudere occhio. Mi sentivo i nervi a fior di pelle: «e se escono tracce improponibili su autori non trattati?». Continuavo a rigirarmi tra le coperte con gli occhi da triglia per il sonno: ero arrabbiata, nervosa e satura di tutto.

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20 giugno 2013, Seconda prova di maturità

Di nuovo: solito banco, solito ventilatore, solito intasamento del mio cervello, inceppato dalle mille conoscenze. Seduta come un ragazzaccio, appoggiata al muro, l’attesa. Leopardi, nella poesia Il sabato del villaggio, diceva che il piacere fosse frutto dell’attesa: grandissima ca**ta. Nonostante giacessi sulla sedia come un parente di Tutankhamon, dentro mi contorcevo come un’acrobata (ed ho sempre odiato la ginnastica, quindi questo paragone mi costa parecchio). Il tram tram ormai lo conoscevo: si aspetta seduti e in “silenzio”, se così si può definire, fino a quando la professoressa arriva con le prove che ci distribuisce, poi una serie di sguardi, sorrisi e rantoli di dolore. Bene: vedo le quattro tracce a disposizione e, essendo seduta sempre allo stesso posto, sono la prima a cui è concesso tale immenso privilegio; ebbene mi contorco ulteriormente. Su quattro tracce, una è in stile filosofeggiante e nonostante ami profondamento tutto ciò che “filosofeggia”, decido che azzardare e scivolare all’esame di maturità non è il caso. Perciò ripiego su due tracce su cui mi sento sicura: la valutazione e il ruolo del maestro. In particolare, ho apprezzato la scelta di una traccia sul ruolo del maestro da parte del Ministero, poiché sarebbe opportuno ridare il giusto valore ai docenti: sono loro a scoprire il nostro potenziale e a trasmetterci le conoscenze di base per vivere in una società moderna e non in una tribù. Mi dilungo su quanto sia profondo il potere dell’insegnante, talmente tanto che mi sembra di paragonarlo ad un super eroe,  per poi calmarmi e tornare con i piedi per terra: non è il caso di andare fuori tema all’esame, che dite?

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Arrivata a casa, pranzo e mi sento tutta potente: l’adrenalina a mille, tutta emozionata per l’esame, per le prove che effettivamente pensavo fossero brillanti. Poi, il crollo. Penso che forse sarebbe opportuno riposarmi, visto che non ho chiuso occhio, ma alla fine opto per un pomeriggio di divertimento. Nonostante i progetti siano quelli, mi addormento come una vecchia babbiona sul letto alle quattro del pomeriggio e ronfo, a bocca spalancata, fino alle sette. Dopo aver trascorso un pomeriggio da soprano, mi sveglio con un atroce mal di testa e lo stomaco sotto sopra: le mie idee geniali danno sempre i loro frutti.

Da qui in poi: il marasma. Il panico, l’ansia e l’irritabilità estrema, mi conducono in un circolo vizioso: dormo, studio, mangio, mi arrabbio, studio, piango, rido, dormo. Le mie letture extra-scolastiche non aiutano: mi vedo costretta a consultare siti online per studenti disperati che attendono la terza prova, per passare il tempo e soprattutto cercare di rasserenarmi. Il risultato è chiaramente negativo! Invece che tranquillizzarmi e prepararmi con calma, mi trovo a perdere tempo leggendo baggianate su internet, perdendo di vista il mio obiettivo. Ciò nonostante, grazie alle mie manie di perfezionismo, mi ricompongo e decido di impegnare tutta me stessa: devo arrivare a quel tanto agognato 90 e superarlo possibilmente.

Ebbene, passo i miei pomeriggi (perché di mattina mi riserbo il lusso di dormire fino a mezzogiorno) distesa sul letto, in camicia da notte, unta e bisunta a ripetere a gran voce pagine e pagine tratte direttamente dal libro di biologia. Questa materia, in cui sono sempre andata bene peraltro, mi ha sempre richiesto uno sforzo immane di memorizzazione: cosa che detesto.  Ebbene, in tre pomeriggi riesco a ripassare le quattro materie che ipoteticamente saranno in terza prova e la sera prima decido, sentendomi una grande alternativa e ribelle, di concedermi una passeggiatina, non curante di quelle preziose ore, utili per un ulteriore ripasso.

24 giugno 2013, Terza prova di maturità

Non chiudo occhio di nuovo: nella notte mi rigiro nel letto come se fossi stata punta da una tarantola e mi dimeno all’impazzata. Dopo aver trascorso una nottata di fuoco mi alzo con gli occhi da “crazy frog”: i miei occhioni di solito segnati di nero, al momento sembrano quelli di un lupo mannaro, tanto sono iniettati di sangue. Ma sono pronta, alla fine basta riuscire a stare in piedi, no? Davanti alla scuola, trepidante, vengo a sapere che per una soffiata una classe sa già le domande della terza prova e “rosico” in modo tanto evidente, da mordermi un’unghia fino a farla sanguinare dal nervoso. Entro a scuola sveglia e irritata (sentimento che è proprio del mio essere) ma, stranamente, quando leggo le domande della prova, non collasso: le so! Abbiamo quattro ore e, all’inizio, decido di rispondere con cura ad ogni domanda: con la precisione di un monaco amanuense, scrivo ogni cosa a matita, la cancello e la ricopio in bella copia.  Dopo aver seguito questo procedimento per rispondere alla prima domanda, mi rompo, prevedibilmente, le scatole e inizio a scrivere tutto in fretta e furia, pensando «basta! basta! voglio uscire da qua!». Il mio foglio ha alcune cancellature, non è immacolato e soprattutto mi rappresenta: non sono una tutta precisina che si fa mille pensieri su ogni cosa, sono impetuosa e rispondo d’istinto (avvalendomi delle mie conoscenze).

Nonostante le ore a mia disposizione non siano terminate, consegno alle 11.34: questo numero ancora aleggia nei miei ricordi perché, prima di consegnare, ho dovuto scrivere l’ora e firmare. Un palpito, un batticuore, un sorriso: le prove scritte sono finite! Una liberazione immensa, un battito d’ala che si innalza fino all’infinito: mi sento come se fossi una farfalla leggera… per ben dieci minuti. Tornata alla realtà, mi rendo conto che ho ancora un orale da fare, ma che sono comunque a un passo dalla libertà.

La lettera estratta? Non è la mia, per fortuna. Ho la possibilità di prepararmi fino al 29 giugno e mi sento super-mega-iper-fortunata. Non dico di aver pregato di non essere il primo giorno, perché prima di tutto non prego e, soprattutto, anche se fossi capitata proprio in quella data, non avrei certo potuto tirarmi indietro; ma svolgere il mio orale nel giorno che speravo è già un ottimo stimolo per impegnarmi al massimo.

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Alla sera vengo a sapere che i risultati delle prove sono stati affissi alle porte della scuola: nonostante mi stessi dirigendo a scuola a gran velocità, la mia adorata compagna di banco anticipa la rapidità dei mezzi di trasporto grazie a quelli di comunicazione. Con un SMS mi informa del mio punteggio complessivo di 43/45. Un battito, strabuzzo gli occhi, rileggo il messaggio, i pixel sembrano sgranarsi… no, non è possibile! Sono felicissima. Sorrido e mi addormento serena: l’orale è solo un lontano ricordo.

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Rinvenuta dal porto sepolto

Il 20 settembre 2016 mi sono laureata in Lettere con curriculum storico e oggi, dopo quasi un mese, trovo il tempo e la concentrazione per raccogliere le impressioni su un momento così importante, vissuto intensamente, ma allo stesso tempo percepito così breve.

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Ho sempre voluto, durante questi anni, scrivere un resoconto della mia esperienza universitaria, un po’ perché mi piace catalogare i fatti e descrivere ciò che mi accade, un po’ per via di tutte le avventure che mi sono capitate in questi tre anni.

Essendo per mia natura prolissa, voglio cominciare a raccontare questa storia dall’inizio. Mi sono diplomata nel 2013 e quando ho dichiarato alla commissione del mio Esame di maturità la mia scelta universitaria nessuno ha battuto ciglio. Non ho ricevuto né consigli, né commenti piccati, proprio niente. Ma non ho ritenuto la cosa particolarmente strana, e ho terminato la mia esperienza liceale con soddisfazione e serenità.

Dopo una scelta inoculata, posso dirlo col famoso “senno del poi”, mi sono iscritta, ad agosto, a Scienze della Comunicazione, corso di laurea attivo all’Università degli Studi di Trieste. Mi ricordo ancora quando, accompagnata da mia madre, mi sono recata presso la sede di Via Tigor, una zona residenziale, e ho guardato un po’ preoccupata l’edificio fatiscente che mi si presentava dinanzi in tutta la sua monumentale “vecchiezza”.

La mia estate era trascorsa serenamente: ogni tanto, incuriosita, sbirciavo il piano di studi del corso di laurea che avevo scelto e, ammaliata dagli insegnamenti proposti e dai loro nomi accattivanti (Sociologia della Comunicazione, Teorie e tecniche della conoscenza, Semiologia del cinema, etc.), ero entusiasta all’idea di incominciare. Peccato che la solfa fu molto diversa.

Il primo corso che seguii, Sociologia della comunicazione, prometteva tanto bene sulla carta, ma in realtà era molto diverso rispetto a quello che mi aspettavo. Il programma constava di un misero libricino di duecento pagine sulla Sociologia e degli appunti delle lezioni: un 30 e lode indolore e soprattutto, assolutamente, sciolto e di tutto riposo. L’impegno richiesto per sostenere gli esami, non solo non era esattamente quello che mi aspettavo dopo cinque anni di Liceo, ma non si avvicinava neppure lontanamente alla mia idea di “studio”. Dopo un terzetto, infelice e insoddisfacente, di 30 immeritati, ho deciso di chiudere la mia carriera universitaria e sfuggire da un corso che, mi dispiace per il povero Umberto Eco, è  tuttora una “cagata pazzesca”. Perdonatemi per questo francesismo e apprezzate il mio personalissimo elogio a Fantozzi.

Da febbraio a settembre del 2014 ho vissuto nel limbo: da un lato non potevo rimanere con le mani in mano e perdere tempo, dall’altro non sapevo davvero che fare. Volevo scrivere, studiare, trascorrere il mio tempo imparando, e non sollazzandomi guardando la televisione e conquistando voti alti senza alcuna fatica. Così mi sono iscritta all’Università degli Studi di Udine, ma come corsista singola, studentessa ibrida che, in realtà, non è iscritta a nessun corso, ma ha la possibilità di sostenere un certo numero di esami entro un termine specifico (il mio termine era settembre, mese entro cui avrei dovuto sostenere quattro esami).

Il mio primo esame universitario è stato Geografia, un test a crocette che ritenevo molto semplice. Valutazione? 23/30. Ricevuto l’esito, mi sono chiesta “Non è che, forse, hai fatto il passo più lungo della gamba?“, ma poi ho preferito l’opzione quasi televisiva del “Rifiuto l’offerta e vado avanti“, e mi è andata bene. A seguire Storia medioevale, Istituzioni di filosofia e Letteratura italiana I. Giunto settembre, con la sua pioggerellina, mi sono finalmente iscritta con abbreviazione di carriera al secondo anno, l’epopea di Gilgamesh era finita, in teoria.

Invece no. Scelto un indirizzo sbagliato – sì perché, ovviamente, scegliere un corso di laurea implica anche decidere quale indirizzo seguire, non soltanto quale corso! – ho preferito, dopo qualche mese, cambiare il mio percorso e iscrivermi al curriculum storico. Ma restava ancora un problema piuttosto serio, quello degli esami per l’ipotetica abilitazione in vista dell’ipotetica scelta di voler entrare nel mondo dell’insegnamento. Da lì, una catena di montaggio di esami, alcuni amati, altri odiati, altri ancora neanche sentiti. I caffè alle macchinette, il computer sempre in borsa, pronto per essere sfoderato e usato come arma bianca, le unghie, più o meno lunghe, intente a graffiare la tastiera e a ticchettare in modo ossessivo. Le giornate uggiose, in treno, aspettando di ritornare a casa o di arrivare a palazzo Antonini. Le amicizie iniziate, alcune mai incominciate e altre già finite. L’Amore trovato, osteggiato, desiderato e conquistato. Insomma, la giovinezza che pian piano scolora e diventa maturità.

Parafrasando e citando indirettamente Shakespeare, Ripeness is allE, infatti, questi anni, acerbi come limoni, sono maturati. Potrò, da ora in poi, volgere il mio sguardo indietro e immergermi nel passato, come faceva Albus Silente grazie al suo Pensatoio, per rivivere la paura prima dell’esame di Letteratura italiana I quando, bianca come un cencio, mi sono presentata davanti al mio futuro relatore, ignara del mio destino; oppure per stizzirmi, ripensando a quando, durante l’esame di Storia moderna II, il docente, guardando con sguardo torvo la mia felpa (nera con dei piccolissimi teschietti bianchi), ha esclamato “Che maglia orribile!“.

Quest’esperienza, così complicata e allo stesso tempo così semplice, è finita. E, nonostante mi tremino le vene e i polsi al solo pensiero, ho iniziato un nuovo viaggio, stavolta più breve, ma forse più intenso. 

Spero che, durante il percorso che mi accingo ad intraprendere, cambierò me stessa e rimarrò quella di sempre cambiando, senza smettere di raccogliere quei fiori dai colori incantevoli e dal profumo odoroso che, da alcuni anni, coltivo nel mio giardino.

una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’ era pinta tutta la sua via.

(Purgatorio XXVIII, 40 – 41) 

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Farfalle e fiori

 

Il problema sono le persone. Scrivo questa frase senza esitare, almeno inizialmente, ma poi ci ripenso. Torno indietro, rileggo queste poche parole e mi chiedo “Il problema sono gli altri o sei tu?”. C’è davvero una risposta a tutto ciò? Non credo, non è neanche una domanda che abbia un vero e proprio senso.
Sono sensazioni, emozioni, battiti d’ali di una farfalla che si appoggia su di un fiore, che svolazza tra le nuvole, che si riposa sotto i raggi del sole, che si scalda sotto la pioggia, che piange lacrime di sangue e sbatte sulle finestre.
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Le farfalle scappano dal dolore, dalle persone, si infagottano in una stanzetta, si proteggono dalle spine delle rose, ma alla fine sono sempre farfalle e, purtroppo, nonostante tutto, ne verranno colpite. Forse le farfalle dovrebbero capire come stare al mondo, ma, invece, preferiscono pensare ad altro, fantasticare su universi diversi, su amori fantastici, su amicizie indissolubili, su famiglie unite. 
Guardandosi allo specchio riflettono su loro stesse e si circondano solo di fiori delicati, pensieri illacrimati, sogni svelati e profumi dorati. Eppure sono sempre farfalle e si sentono sole.
Ringrazio i fiori sui cui mi adagio ogni giorno, quei fiori che mi danno la possibilità di vivere le emozioni e sopportare i dolori che solo gli animi fragili possono capire.
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